India, nuova fase dell’offensiva contro la guerriglia maoista
ASIA. Nel Bengala Occidentale le forze di sicurezza lanciano l’ennesimo attacco contro i ribelli, nel quadro dell’operazione Caccia verde. Intanto nel Paese si riaccendono le polemiche sulla strategia di scontro frontale portata avanti dal governo.
Continua in India la caccia verde contro i rossi. Prende il via oggi nello Stato del Bengala Occidentale una nuova fase dell’operazione Green hunt (Caccia verde, appunto), lanciata nel novembre scorso da Nuova Delhi per contrastare la guerriglia maoista attiva nell’Unione. Un movimento ribelle che da oltre trent’anni si oppone al potere centrale nella zona del cosiddetto Corridoio rosso, che partendo dal Tamil Nadu comprende tutti gli Stati costieri del Golfo del Bengala, più il Bihar, il Jharkhand, il Maharashtra e il Chhattisgarh.
L’offensiva, che vede la partecipazione di oltre 65mila uomini dispiegati in 6 Stati, è coordinata dal ministro dell’Interno Palaniappan Chidambaram. Tre gli obiettivi dichiarati: distruggere le roccaforti maoiste, rendere sicure le zone più pericolose e avviare quelli che le autorità definiscono «programmi di consapevolezza» tra la popolazione che appoggia i ribelli e la loro causa. «Non vogliamo operazioni in stile Sri Lanka che potrebbero causare molti danni collaterali ai civili» ha commentato recentemente Chidambaram. Nonostante le rassicurazione, però, Nuova Delhi al momento ha schierato sul campo uomini della Borders security force (Bsf), della Indo-tibetan border police (Itbp) e della Central reserve police force (Crpf), per un totale di 42 battaglioni. Nei primi due mesi del nuovo anno il totale delle vittime è già elevato: secondo fonti ufficiali sarebbero 61 i morti nel Bengala Occidentale, 48 nel Chhattisgarh, 19 nel Jharkhand e 9 nel Bihar. Tra questi, sostengono le autorità, estremamente limitato sarebbe il numero dei civili. Affermazioni contraddette dai comunicati e dalle dichiarazioni dei ribelli, che parlano di una cifra molto più alta di caduti tra i non combattenti.
Al momento nessun dettaglio sulla nuova fase dell’operazione è stato svelato ai media. «Abbiamo avuto incontri con le autorità centrali e con gli ufficiali della polizia di Stato. Credo che attualmente uno dei principali obiettivi sia quello di garantire maggior sicurezza a tutto il personale coinvolto nell’intervento». Queste le uniche dichiarazioni rilasciate dal governatore del Bengala Occidentale Mayankote Kelath Narayanan. Ad esse si sono aggiunte parole di cordoglio per i 24 poliziotti uccisi il 15 febbraio nella città di Silda da un commando di ribelli. Uno degli attacchi più sanguinosi degli ultimi anni, prontamente rivendicato dal leader maoista Kishenji che, parlando da una televisione locale, ha spiegato di aver condotto l’azione per vendetta. «Questa è la nostra operazione Caccia per la pace (Peace hunt), la risposta all’offensiva del governo», ha dichiarato il capo guerrigliero. «Continueremo finché le forze di Nuova Delhi non si saranno ritirate». All’assalto ne è seguito un altro 48 ore dopo, quando una colonna di 120 ribelli pesantemente armati ha attaccato nella notte il villaggio di Kasari, nello Stato indiano del Bihar, con un bilancio complessivo di nove morti e 12 feriti.
Questi scontri hanno riaceso in tutta l’India le mai completamente sopite polemiche sull’opportunità da parte del governo di seguire una strategia di scontro frontale con i maoisti. Molti analisti ed esperti sostengono l’inutilità di un simile approccio, in un Paese in cui i ribelli sono presenti, per stessa ammissione di Nuova Delhi, in oltre 220 dei 600 distretti dell’Unione. L’estrema povertà, l’insoddisfazione e i decenni di torti subiti dai contadini, dai gruppi tribali e dagli strati più disagiati della popolazioni hanno fornito ai guerriglieri una solida piattaforma di consenso. Oggi sono decine di migliaia le persone che sostengono la loro causa e le loro rivendicazioni contro un autorità centrale preoccupata solo di modernizzare il Paese a vantaggio della classe dirigente, senza pensare a un’adeguata politica di redistribuzione della ricchezza e del benessere sociale. Per eliminare i maoisti, sostengono molti indiani, c’è bisogno di una guerra. Ma non contro i ribelli: contro la povertà e lo sfruttamento.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







