In Iraq sconfitte le religioni. Vincerà il partito del petrolio

Annalena Di Giovanni
Iraq.jpg

MEDIO ORIENTE. Il primo ministro Nuri al-Maliki ha un vantaggio risicato sull’altra alleanza sciita, capeggiata dall’ex leader Allawi. Tra i due poco cambia: entrambi sono legati alle multinazionali dell’oro nero. I risultati si avranno a breve.

In Iraq è battaglia all’ultimo voto. Da giovedì gli analisti cercano invano di capire chi uscirà vincitore dalle elezioni parlamentari del 7 marzo, quando il 62 per cento degli aventi diritto al voto in Iraq si è recato alle urne per rinnovare i 325 seggi del parlamento iracheno. I risultati definitivi richiederanno settimane, e quelli parziali sono limitati a un campione troppo basso per suggerire qualsiasi previsione. In 4 delle 18 province in cui è diviso l’Iraq, il 30% dei voti scrutinati finora mostra che la battaglia si gioca tutta fra il premier uscente, Nouri al Maliki, e il suo predecessore, Iyyad Allawi.
 
Quest’ultimo, sciita ma vicino al partito Baath sunnita, esule politico ai tempi di Saddam e installato dall’amministrazione militare durante il governo provvisorio, aveva subito un’amara sconfitta sia alle elezioni provinciali del 2009 che alle parlamentari del 2005. Stavolta ci ha riprovato con un partito apertamente laico, l’Alleanza iraqiyya, nella quale ha incluso diversi capolista sunniti e una costellazione di candidati indipendenti con una solida base locale.

 

I parziali sembrano confermare, per ora, ad Allawi e alla sua Iraqiyya una maggioranza scarsa nelle due province del nord est di Baghdad, per la maggioranza sunnite, Diyala e Salaheddin. Allawi avrebbe catalizzato il voto sunnita, dopo che le commissioni governative per la selezione dei candidati alle elezioni avevano apertamente discriminato ed escluso 511 candidati alle liste elettorali, per la maggioranza appunto sunniti. Non stupisce, invece, il supporto confermato a Nouri al Maliki - e alla sua lista Stato di Legge -  nel sud del Paese, nelle province di Najaf e Babil. Non stupisce perché, al Maliki ha messo in moto una potente macchina elettorale a spese dello stato, inseguendo il voto dei cittadini non soltanto a colpi di pubblicità, comizi e manifesti, ma soprattutto con un complesso gioco di mediazione e propaganda: da un lato ha raggruppato la maggior parte dei candidati sciiti non religiosi, dall’altra ha portato avanti una battaglia anti-settaria facendo continuamente appello alla pace sociale e alla sicurezza fra le strade di Baghdad e Bassora.
 
Nouri al Maliki non si è lasciato sfuggire nessuna occasione per attaccare i suoi stessi alleati statunitensi, pronto a far evacuare gli occupanti a ogni costo. Questo, pur incorporando nella sua lista l’attuale ministro del petrolio Shahristani, principale artefice della vendita di appalti alle multinazionali petrolifere, nonostante le risorse irachene siano tuttora nazionalizzate per legge. L’unico dato certo, finora, è il definitivo fallimento dei partiti islamisti e religiosi in Iraq. Gli analisti locali raccontano di un Paese in cui l’afflato religioso e settario dei primi tempi si è esaurito con l’incalzare della guerra civile, e la gente si è stancata di andare nelle moschee per ascoltare gli appelli alla guerra santa durante il sermone del venerdì. L’alleanza nazionale irachena, terzo partito sciita in lista che incorpora l’alto consiglio islamico aveva provato a moderare i toni durante la campagna elettorale, mostrando croniste non velate nel proprio canale televisivo e dichiarandosi contrario al piano federalista che vedrebbe un’unica provincia sciita autonoma nel Sud del Paese, ricco di petrolio.
 
Ma non è bastato. Ed è interessante notare come la principale preoccupazione dell’elettorato sia proprio riuscire a respingere il piano di partizione che gli Usa (a cominciare dal vice-presidente Joe Biden, che ne fu principale ideologo ai tempi di George W.Bush) cercano ancora di promuovere. Ma intanto nel nord, i curdi continuano a sperare di aggiudicarsi la provincia di Kirkuk per un eventuale stato indipendente, col rischio di espellerne le popolazioni arabe. Difficile prevedere le sorti dell’Iraq settentrionale, dove la lista Goran, unico nuovo partito, ha perso terreno rispetto ai partiti su base tribale curdi di Jalal Talabani e Masoud Barzani. E gli investitori petroliferi, che aspettano con impazienza l’esito di un voto che determinerà le prossime gare d’appalto, si preparano a un mese di limbo e in

 
 

 

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31