Iraq, triplice attentato suicida. Violenza prima delle elezioni
MEDIO ORIENTE. Le deflagrazioni sono avvenute in rapida successione in centro e nella parte ovest della città di Baquba. Almeno 30 i morti e 42 i feriti. Il Paese vive momenti di tensione alla vigilia del voto di domenica per il rinnovo del Parlamento.
Almeno 30 morti e 42 feriti: questo il bilancio provvisorio del triplice attentato suicida avvenuto ieri a Baquba, capoluogo della provincia di Diyala, nel cosiddetto “Triangolo sunnita”. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, la prima esplosione sarebbe avvenuta intorno alle sette e trenta del mattino prendendo di mira una stazione di polizia e l’incrocio di strade ad esso prospicente; si sarebbe trattato di un veicolo carico di esplosivo andatosi a schiantare contro l’edificio. Alla prima detonazione ne sarebbe seguita subito una seconda, di nuovo un autista suicida alla guida di un veicolo imbottito di esplosivi. La terza deflagrazione, invece, è stata per mano di un attentatore che ha inseguito la folla di feriti e polizia in corsa verso l’ospedale. Chiaro, secondo le agenzie locali, il nesso fra quanto accaduto e le elezioni attese per domenica. Dal 2006 al 2007 Baquba è stata l’epicentro della battaglia più dura fra truppe statunitensi e insurgenza sunnita; il leader di al Qaeda al Zarqawi vi si era nascosto fino alla morte, avvenuta nel 2006 in seguito a un bombardamento Americano.
Poi, con la sostanziale resa delle truppe americane e i successivi accordi con le tribù sunnite, la città era rimasta l’ombra di sé stessa, ma era sostanzialmente sparita dalle cronache di guerra. Anni di calma conclusi con i tre attentati di ieri. Del resto il nuovo leader locale di Al Qaeda, Omar al Baghdadi, aveva avvertito di voler prendere di mira la polizia irachena in vista delle elezioni.
Intanto si avvicina la scadenza del 7 marzo, giorno in cui gli iracheni, per la seconda volta dalla deposizione di Saddam Hussein nel 2003, saranno chiamati a votare i 375 membri del parlamento e i rappresentanti delle 18 province del Paese. Liste aperte, stavolta, anche se non mancano le accuse di disparità fra candidati sciiti e sunniti. Questi ultimi avevano boicottato in massa le precedenti elezioni quando era divenuto chiaro che, sotto l’amministrazione militare Usa, i candidati sciiti sarebbero stati facilitati dalle forze d’occupazione, al punto di lasciar circolare a piede libero le squadre dei loro paramilitari a caccia di avversari politici. Anche se niente lascia sperare in una tornata elettorale trasparente quest’anno, la tensione settaria è comunque sotto controllo e queste consultazioni dovrebbero vedere al partecipazione di 86 partiti politici, per un totale di 6.529 candidati.
Non mancheranno le quote rosa: 82 seggi sono riservati dalla legge a alle donne, come pure è previsto un 25 per cento obbligatorio di candidate in ogni lista partitica. A cambiare, invece, è il panorama politico: le stesse facce, dal premier uscente sciita Nouri al Maliki al suo predecessore Iyyad Allawi, si ritrovano disperse tra formazioni più piccole. Spaccato il fronte sciita moderato e quello sunnita, messo in discussione persino il “regno” dei due clan dominanti curdi, i Barzani e i Talabani. L’impressione è che il nuovo sistema politico “alla libanese”, con i cittadini divisi in base all’appartenenza religiosa e costretti di fatto a votare all’interno della propria setta, vi siano ormai le basi per le stesse carenze sperimentate da Beirut: un parlamento dominato da clan e famiglie che si assicurano la propria fetta di elettori grazie alla protezione garantita alle singole sette, con una società civile frammentata e in balia di continue tensioni.
Un quadro in cui c’entra anche il petrolio, e non poco: durante i primi anni di amministrazione militare americana il potere è stato attentamente redistribuito in modo che le zone dei giacimenti, il Kurdistan e la provincia di Basra, restassero nelle mani di sciiti e curdi, al tempo fedeli alleati dei marine statunitensi. Un sistema collassato nel momento in cui i curdi hanno cominciato a reclamare Kirkuk per il proprio governo autonomo, e gli sciiti si sono avvicinati all’Iran, con Nouri al Maliki diviso fra la cooperazione con le truppe americane e l’indignazione del suo stesso elettorato, confluito in massa verso partiti più radicali e anti-americani. Se la Pax americana, così come impostata, abbia un futuro o meno, lo sapremo a partire dal prossimo lunedì.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







