Islanda, un referendum per non pagare i debiti delle banche

Paolo Tosatti
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ECONOMIA. Oggi i 230mila elettori dell’isola sono chiamati a decidere se approvare la legge del Parlamento per il rimborso ai risparmiatori britannici e olandesi rovinati dal crac dell’istituto Icesave. In ballo gli aiuti del Fmi e l’ingresso nella Ue.

Urne aperte in Islanda per il referendum sulla legge Icesave. Un voto popolare che affida ai 230mila elettori (su una popolazione di 320mila abitanti) la decisione di “collettivizzare la colpa” delle banche, in buona parte responsabili del crac finanziario che ha investito l’isola nel 2008. All’inizio dell’anno il Parlamento islandese ha deciso dopo un intenso dibattito di votare la legge (chiamata Icesave, dal nome di una branca online dell’istituto Landsbanki fallita nell’ottobre di due anni fa), che prevede la restituzione di 3,8 miliardi di euro agli investitori inglesi e olandesi danneggiati dal crac dell’istituto.
 
Una cifra equivalente più o meno al 40 per cento del Prodotto interno lordo, che impegnerebbe ciascun contribuente a pagare di tasca propria circa 12mila euro di debiti. Londra e Amsterdam, infatti, hanno risarcito a proprie spese i quasi 400mila correntisti investiti dalla bancarotta, e adesso chiedono che Reykjavik saldi il conto. Le tre nazioni si sono accordate a fine anno sui termini del rimborso, accettati dall’Althing, l’organo legislativo nordico. Il presidente Olafur Ragnar Grimsson, però, è stato costretto a suon di petizioni a non firmare la legge. Sono molti gli islandesi convinti che non debbano essere le persone comuni a pagare per gli errori delle banche, e le pressioni dei numerosi comitati di cittadini hanno reso inevitabile per Grimsson il ricorso al referendum popolare. 
 
La mossa del presidente non ha mancato di contrariare Olanda e Gran Bretagna. Wouter Bos, ministro olandese delle Finanze, ha commentato seccamente: «Questa soluzione ci delude molto. Abbiamo offerto al governo islandese un tasso di interesse molto basso e tempi di pagamenti lunghi, perché sappiamo che l’economia è fragile e non possiamo chiedere troppo. Ma loro non possono aspettarsi che siano i contribuenti olandesi a pagare per il fallimento delle loro banche».
 
Anche Londra ha manifestato il disappunto per bocca di Paul Myners, segretario britannico ai Servizi finanziari: «Sono sicuro che il Fondo monetario internazionale seguirà gli sviluppi di questa vicenda. E se non si arriverà a una soluzione soddisfacente sarà inevitabilmente l’Europa a doversene occupare». Un avvertimento che mette in guardia gli islandesi sulla posta in gioco, che comprende non solo la possibilità di uscire quanto prima da quella che sull’isola chiamano kreppe, la crisi, ma anche la credibilità internazionale di Reykyavik e la sua possibilità di progredire a passi rapidi verso l’ingresso nell’Unione europea e l’agognata adozione dell’euro. Un “no” dei cittadini potrebbe significare un’Islanda relegata ai margini della comunità finanziaria internazionale, con un conseguente blocco dei prestiti dell’Fmi, che durante al crisi ha già sborsato al Paese 4,6 miliardi di dollari.
 
Non solo: la decisione di non procedere con il pagamento dei debiti rischia di allontanare l’isola dal continente, proprio a pochi giorni di distanza dal parere positivo della Commissione sulla sua domanda di adesione alla Ue. Eppure nonostante gli ultimi sondaggi (condotti dalla Capacent Gallup) mostrino che il 74 per cento dei votanti è intenzionato a respingere la legge, Reykjavik preferisce evitare toni allarmistici. Il ministro dell’Economia islandese Gylfi Magnusson, ha espresso la propria preoccupazione, limitandosi però a sottolineare che in caso di vittoria del “no” la situazione economica, semplicemente, peggiorerà. Anche il vicegovernatore della banca centrale islandese Arnor Sighvatsson ha evidenziato che il Paese può andare avanti anche senza ulteriori aiuti del Fmi. Almeno fino al 2011, quando avrà bisogno di rifinanziare il debito.
 
«Non c’è una scadenza a partire dalla quale i ritardi nella concessione dei fondi avranno serie ripercussioni», ha affermato il banchiere. «Tuttavia se questa situazione si trascinasse fino al 2011 potremmo avere qualche problema di rifinanziamento». Quanto all’ingresso in Europa, probabilmente l’esecutivo islandese si sente rassicurato dalle recenti dichiarazioni del governo spagnolo, presidente di turno dell’Unione. Che ha fatto sapere che «Icesave e l’integrazione nella Ue sono dossier indipendenti».  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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