Israele: Iran fuori dall’Onu
MEDIO ORIENTE. «La sicurezza di Israele è «un pilastro nelle relazioni fra Usa e lo Stato ebraico» ha ribadito ieri il vicepresidente Usa davanti al premier israeliano Benyamin Netanyahu.
Dopo quasi un anno di lavoro silenzioso, l’inviato speciale americano per il Medio Oriente George Mitchell ha lasciato il palcoscenico libero al vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, da ieri in visita ufficiale a Gerusalemme. Da quest’estate Mitchell è rimbalzato inutilmente tra Damasco, Beirut e Gerusalemme; ora, con l’aiuto di Biden, dovrebbe lavorare concretamente alla ripresa dei colloqui, comunque indiretti, tra Israele e la Palestina di Abu Mazen e del suo partito Fatah, che governa la Cisgiordania. Oltre alla pace, sul tavolo negoziale l’ipotesi concreta di limitare l’espansione urbanistica dello Stato sionista, almeno nelle zone non ritenute vitali per la sicurezza di Israele.
Il congelamento delle colonie riguarderebbe solo Gerusalemme est, un traguardo magro ma pur sempre ragguardevole se si considera lo stato dei rapporti tra Tel Aviv e i palestinesi. Lunedì scorso Israele ha autorizzato 112 nuovi insediamenti in Cisgiordania, nella zona di Beitar Illit. La notizia è stata accolta come una provocazione da Saeb Erekat, uno dei negoziatori palestinesi che ha minacciato di bloccare i colloqui indiretti orchestrati da Mitchell. Riuscirà Biden a placare gli animi infuocati? Per il momento l’ago della bilancia statunitense pende tutto a favore dello storico alleato. «La sicurezza di Israele è «un pilastro nelle relazioni fra Usa e lo Stato ebraico» ha ribadito ieri il vicepresidente davanti al premier israeliano Benyamin Netanyahu.
Su questo terreno l’impegno americano resta «assoluto a totale», soprattutto di fronte alla minaccia iraniana, contro cui, al momento, gli Usa escludono un attacco militare, nonostante le provocazioni da parte di Teheran non manchino. Ieri infatti è stato lanciato il primo missile terra-terra sganciato da una cacciatorpediniere di fabbricazione iraniana, testato proprio nelle stesse ore in cui il presidente israeliano Shimon Peres auspicava la messa al bando dell’ex Persia dalle Nazioni unite. Un siluro, quello di Perez, che ha catturato l’attenzione mediatica in merito all’incontro di ieri con la seconda massima carica statunitense. Per parlare della questione palestinese, in fondo, c’è sempre tempo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






