Per l’acqua pubblica
IL CASO. I rischi che derivano dalla cessione di quote azionarie di Acea ai privati.
Con l’approvazione da parte del Parlamento del Decreto Fitto-Ronchi (Dl 135/09), che ha definito i servizi idrici locali come prestazioni di rilevanza economica, in Italia l’acqua potabile pubblica è stata sottratta ai cittadini per consegnarla, a partire dal 2011 ed entro il 2013, agli interessi delle grandi multinazionali e farla diventare un nuovo business per i privati.
Quasi contestualmente a Roma, su proposta dal Sindaco Alemanno, l’11 febbraio 2009 il Consiglio comunale ha approvato la decisione di cedere ai privati il 20per cento delle quote di Acea spa detenute dal Comune di Roma, facendo così scendere la quota pubblica al di sotto della soglia del 51 per cento.
Il privato, forte del 70% delle quote azionarie, sarebbe il vero e unico gestore del sistema idrico potendo decidere quanto e come investire; e il privato, come tutti i privati, avrà un solo obiettivo: fare profitto.
Come sappiamo, l’utile si produce abbassando gli investimenti (qualità del servizio), aumentando le tariffe (30-40% in più) ed intervenendo sul costo del lavoro (licenziamenti e precarietà) come già successo in altri comuni italiani.
La svendita dell’Acea, voluta dalla giunta Alemanno, presenta soltanto criticità e risvolti negativi, poiché è prima di tutto clientelare e priva di trasparenza, in quanto non si prevede una gara pubblica ma solo una trattativa privata. è ispirata, inoltre, da motivazioni affaristiche tese a favorire potentati economici (gruppo Caltagirone, già socio privato di Acea) e infine causerà un consistente danno erariale al Comune di Roma e conseguentemente a tutti i cittadini (l’Acea è l’unica azienda in attivo tra quelle comunali).
Occorre dunque sollecitare i municipi e i comuni delle provincie del Lazio a riconoscere, con apposita delibera l’acqua come bene comune pubblico e il servizio idrico integrato come servizio pubblico privo di rilevanza economica.
Perché l’acqua è un bene di tutti.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






