L’economia del gambero distrugge le mangrovie
ECUADOR. Nel cantone di Muisne, nel nord del Paese, l’ecosistema collegato alla flora tradizionale
rischia di sparire a causa delle camaroneras, piscine per l’allevamento intensivo dei crostacei.
A Muisne, distretto di 25mila anime vicino al Pacifico ecuadoriano, distribuito su un territorio per metà isolano e per metà attaccato al continente, sembra che non ci sia niente. Una manciata di negozietti e bazar, niente auto, niente cinema, a volte niente corrente, a volte niente acqua.
D’altra parte, a Muisne, ci sono molti grilli, cavalli, rane, gechi, mucche che pascolano sulla spiaggia e ci sono tantissimi uccellini. Soprattutto in questo posto una volta c’erano le mangrovie. O meglio, c’erano una volta molte più mangrovie di quante ce ne siano ora.
In Italia, di solito, di mangrovie sentiamo parlare senza avere un’idea molto precisa di quel che siano all’incirca fino alle scuole medie, quando gli insegnanti di geografia tentano di spiegarci questa strana parola, cui associamo luoghi esotici e remoti.Quello mangroviale, tuttavia, costituisce un ecosistema unico ed estremamente interessante, tipico dei litorali bassi delle coste tropicali e caratterizzato da una grande biodiversità, fondamentale per la sopravvivenza dell’intero pianeta. Le radici aeree delle piante che compongono le mangrovie, formano infatti un ambiente nel quale convivono uccelli, pesci, molluschi, crostacei, api, mammiferi, rettili e circa settanta specie differenti di alberi e arbusti tropicali e subtropicali. La pesca artigianale nelle aree ricche di mangrovie è la fonte principale di approvvigionamento di proteine per la popolazione costiera. Inoltre dalle piante che costituiscono questo ecosistema si ricavano un’infinità di prodotti che ne accrescono l’importanza, anche economica, per le popolazioni locali: combustibili (legna, carbone, alcool); materiale da costruzione; strumenti per la pesca; foraggio e concimi naturali; carta; zucchero; fibre tessili e coloranti naturali. Le mangrovie, inoltre, preservano i terreni agricoli dalla salinizzazione e proteggono le coste dall’erosione, dagli uragani e dalle tormente, giocando un ruolo decisivo nell’attenuazione degli effetti ciclici del Niño, il vento che periodicamente colpisce le coste pacifiche producendo effetti devastanti.
Nel cantone di Muisne, nel nord dell’Ecuador, la vita si è tradizionalmente sviluppata di pari passo con questo tipo di ecosistema. Negli anni, tuttavia, questo equilibrio è stato progressivamente messo in discussione dalla presenza sempre più invasiva delle cosiddette camaroneras, le piscine artificiali destinate all’allevamento intensivo dei camarones, i gamberetti: per fare spazio alle vasche, infatti, le mangrovie devono necessariamente essere eliminate.
In Ecuador quello del gamberetto è un grosso business e anche a livello internazionale risulta uno dei più redditizi, visto che il profitto medio netto proveniente da un investimento di 40 dollari nel settore è di circa 400. Per lungo tempo gli Usa sono stati i primi importatori mondiali del gamberetto ecuadoriano: qui, secondo la National oceanic and atmospheric administration, tra il 1997 ed il 2006 il consumo annuo è passato da 2.4 a 4.6 chilogrammi pro capite. Nel 2007, delle 119.041 tonnellate di gamberetti esportate dall’Ecuador, circa il 50 per cento era destinato agli Usa, mentre il 42 all’Unione europea, la cui domanda era sostenuta principalmente da Spagna, Italia, Francia e Belgio. A partire dal 2008, tuttavia, in seguito alla crisi mondiale e all’introduzione di una serie di dazi all’importazione da parte del governo americano, l’acquisto da parte degli Stati Uniti ha cominciato a scendere, giungendo al 39,2 per cento, mentre il mercato europeo è diventato il destinatario di più del 55 per cento delle esportazioni.
In Ecuador, la distruzione delle mangrovie per l’installazione delle piscine camaroneras ebbe inizio una trentina di anni fa. Nel 1987, per provare a rimediare allo scempio che si prospettava, il ministero dell’Agricoltura dichiarò zona protetta i circa 360mila ettari di area mangroviale presenti all’epoca sul territorio nazionale: di questi, nonostante il decreto ministeriale, nel 2004 ne rimanevano appena 108mila. Secondo i dati dell’Instituto ecuadoriano forestal y de areas naturales, nel gennaio 2000 in Ecuador le camaroneras occupavano un’area di 207mila ettari: di queste, però, solo 50.454 operavano legalmente e nel rispetto dei parametri ambientali imposti dalle autorità governative. Nella provincia di Esmeraldas, alla quale appartiene anche Muisne, dove si trovano le mangrovie meglio conservate dell’Ecuador e dove sono state identificate le specie più alte del mondo, più del 90 per cento delle piscine installate sono illegali e negli ultimi vent’anni la loro presenza nella regione è più che raddoppiata. A partire dagli anni Ottanta, nel solo cantone di Muisne, l’industria del gamberetto ha distrutto circa l’84 per cento delle mangrovie, così che dei 20.098 ettari presenti nel 2003 ne sopravvivono oggi appena 3.173. E le conseguenze, sia economiche che ecologiche, sono catastrofiche.
Ad oggi, infatti, almeno 32 specie faunistiche tipiche sono a rischio di estinzione. E la distruzione sistematica delle mangrovie sta causando importanti modificazioni nell’intensità del fenomeno del Niño, che oggi risulta rafforzato nella sua furia devastatrice. A questo riguardo la comunità scientifica concorda sul fatto che fu proprio l’alterazione dell’ecosistema costiero a dare origine, tra il 1997 e il 1998, ai violentissimi quanto inattesi uragani che in Ecuador provocarono la morte di 286 persone, mentre un’epidemia di malaria si diffuse nel Paese. In quell’occasione, almeno 30mila ecuadoriani persero il lavoro o parte del loro patrimonio familiare e delle infrastrutture agricole. Il danno economico complessivo fu stimato intorno ai 500 milioni di dollari (circa il 2,7 per cento del Pil dell’epoca). Solo nel settore sanitario si registrarono spese per 2 milioni e mezzo di dollari, mentre 200 milioni dovettero essere destinati alla riparazione dei 9840 chilometri di strade distrutti dalla furia degli uragani.
Come se non bastasse, poi, la depredazione delle mangrovie e del bosco umido sta originando una particolare variazione nella dinamica delle onde che ha causato negli ultimi anni la perdita di quasi due chilometri di costa e un innalzamento delle maree senza precedenti, al punto che a oggi centri abitati un tempo relativamente lontani dal mare sono sistematicamente raggiunti dalle acque e inondati. Al danno ecologico, poi, bisogna anche aggiungere la beffa economica. La popolazione locale, infatti, oltre a esser privata delle attività produttive legate alle mangrovie, non riceve alcun beneficio dal business del gamberetto. Innanzitutto le industrie camaroneras sono straniere, ragion per cui i profitti aggirano l’Ecuador e se ne vanno oltreconfine; in secondo luogo, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la presenza di queste imprese non crea posti di lavoro per i locali e qualora questo accada, le condizioni lavorative sono decisamente pessime. Ad esempio, i pochi ecuadoriani impiegati nella fase di lavorazione dei gamberetti lavorano fino a 18 ore al giorno, costantemente in piedi, in aree con temperature artificialmente mantenute molto basse, manipolando quotidianamente disinfettanti chimici altamente tossici come il cloro. Oltre a questo, si calcola che una camaronera possa offrire fino a un massimo di 10 posti di lavoro per ettaro. Di contro, con un ettaro di mangrovie si può provvedere al sostentamento di circa 100 persone.
In Europa le mangrovie forse non le abbiamo mai viste e forse non sapremo mai nemmeno come sono fatte, ma seppur lontane migliaia di chilometri dai faggi, platani e cipressi che adornano i colli nostrani, anch’esse costituiscono una parte integrante e decisiva per l’equilibrio del pianeta. E sebbene la loro distruzione sia già iniziata, probabilmente è giunto anche per noi il momento di iniziare a fare attenzione. E, da subito, cercare di impedirne la definitiva scomparsa.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







