L’emergenza infinita
RIFIUTI. Scioperano gli operatori ecologici di Caserta e Avellino. Senza stipendio e con un futuro incerto. Così i cumuli di sacchetti tornano per strada. Buonomo, presidente Legambiente Campania: «Numeri occupazionali fuori controllo».
In Campania torna lo spettro dell’emergenza rifiuti. Lontano dalle telecamere e dalla città di Napoli, i sacchetti della spazzatura sono di nuovo per strada. E per l’ennesima volta - guarda caso - in piena campagna elettorale. Il problema, paradossalmente, è la fine (formale)dell’emergenza. O meglio, la conversione in legge del decreto 195 del 2009 che due settimane fa ha concluso 16 anni di poteri straordinari.
L’ultimo regalo del capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Perché quel testo ha messo in liquidazione i vecchi consorzi di gestione dei rifiuti senza però garantire né un periodo di transizione né una copertura economica certa dei debiti che avevano accumulato. E gli operatori ecologici, da mesi senza stipendio, hanno iniziato a protestare. Sono scesi in strada in provincia di Avellino e Caserta, lasciando i rifiuti in strada e impedendo agli autocompattatori di entrare nelle discariche. Il risultato è che da una settimana i cassonetti sono pieni perché nessuno li svuota, mentre i marciapiedi cominciano a essere invasi da enormi cumuli di spazzatura.
Mille tonnellate solo nella zona di Caserta. Un film già visto che si ripete in questi giorni. «Il problema - spiega Walter Ganapini, assessore all’Ambiente della Regione Campania - è sindacale ma soprattutto economico». Solo il Consorzio unico di bacino di Napoli e Caserta, appena sciolto, vanta crediti per 120 milioni di euro e la gestione si è chiusa con 34 milioni di debiti. I presidenti delle due Province hanno così nominato un commissario che dovrà risolvere la situazione. Anche perché dalle ceneri del Consorzio unico ora sono nate due nuove società: la Gisec per la provincia di Caserta e la Sap per quella di Napoli. Che però senza una copertura economica certa non sono state messe in condizione di assumere il nuovo personale. Nonostante, come stabilisce la nuova legge, debbano occuparsi dei rifiuti per conto delle Province.
Mentre i quasi 2.000 dipendenti del vecchio consorzio nessuno sa che fine faranno. Motivo per cui sono scesi in strada bloccando l’uscita autostradale di Caserta Nord e l’ingresso della discarica Marruzzella 3, nel Comune di San Tammaro, in cui sversano i rifiuti le province di Napoli e Caserta. Stessa cosa ad Avellino, dove gli operatori ecologici non hanno ancora ricevuto lo stipendio di gennaio.
«I numeri occupazionali - spiega Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania - non corrispondono alle reali esigenze. Nella nostra regione abbiamo forse la percentuale più alta d’Italia di addetti per abitanti che però non garantiscono un servizio migliore, ma lo peggiorano. Bisogna riequilibrare le forze in campo. Inoltre - conclude Buonomo - serve un’accelerazione sulla costruzione degli impianti di compostaggio. Al momento c’è solo quello di Salerno. Con i Comuni in grave difficoltà economica perché costretti a portare la frazione organica in altre regioni, pagando fino a 250 euro a tonnellata».
Il problema degli impianti, secondo l’assessore all’Ambiente della Campania, è in via di soluzione. «Ormai - spiega Ganapini - abbiamo tutti gli elementi risolvere definitivamente il problema rifiuti». Anche i dati certificati sulla raccolta differenziata aprono uno spiraglio. «Siamo al 29 per cento, più avanti della Toscana, e puntiamo al 35», continua l’assessore assicurando che «con questi livelli non manca proprio nulla. Abbiamo impianti a sufficienza per gestire l’intero ciclo».
Poi spiega: «Ogni giorno si raccolgono circa 5.600 tonnellate di rifiuti tal quali. I sette impianti ex Cdr, che stanno rientrando in funzione, hanno una capacità giornaliera di 8.500 tonnellate. Un esubero di capacità che consentirà di non avere più problemi. Inoltre attiveremo anche quelli di compostaggio per la frazione umida. Così l’unica parte che dovrà andare in discarica saranno gli inerti. Che non producono né percolato né biogas. Infine l’inceneritore di Acerra. Un impianto - conclude Ganapini - più che sufficiente per l’intera regione».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







