L’inutile strategia negoziale del Quartetto per il Medio Oriente
PALESTINA. Le potenze promettono la soluzione del conflitto nel giro di ventiquattro mesi e invitano Israele a congelare gli insediamenti a Gerusalemme Est. Ma gli interlocutori che hanno scelto non possono garantire passi avanti verso la pace.
La soluzione del conflitto «nel giro di ventiquattro mesi» (parole del segretario Onu Ban Ki moon), l’invito per Israele a congelare gli insediamenti a Gerusalemme Est e la promessa di qualche negoziato diretto fra le due parti. Questa l’ultima ricetta del Quartetto per il Medio Oriente - composto da Stati Uniti, Russia, Unione europea e Nazioni unite - che ieri a Mosca ha visto riunirsi il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, il capo della diplomazia dell’Unione europea Catherine Ashton e l’inviato speciale Tony Blair alla ricerca di una nuova strategia.
Un’impresa impossibile, dopo che nelle ultime settimane persino gli Stati Uniti hanno deciso di rimandare a tempo indeterminato la visita del proprio negoziatore nella regione, e che Mahmoud Abbas, il cui ruolo di presidente palestinese, teoricamente scaduto l’anno scorso, viene mantenuto dalla protezione Usa e Onu, ha deciso di ritirarsi dai proximity talks con Israele. Intanto, mentre da Mosca il Quartetto dispensava pace, una decina di missili e di elicotteri apaches israeliani hanno colpito la Striscia nottetempo: la reazione promessa contro i tre missili lanciati mercoledì nei pressi di Ashkelon.
È sempre più chiaro che Hamas, isolata e boicottata da tutti dopo che con un colpo militare - in seguito a una vittoria elettorale non riconosciuta del partito rivale Al Fatah - ha preso il controllo della Striscia, ormai non è in grado di controllare il territorio, né tantomeno le gesta dei gruppi estremisti che approfittano della situazione.
Così, mentre Hamas, in fondo un partito dotato di programma politico e impegni precisi, si vede scavalcato da estremisti ben più intransigenti, il Quartetto insiste a considerare soltanto al Fatah - a sua volta considerato un gruppo terrorista fino a qualche anno fa - come valido interlocutore e a impedire qualsiasi riconciliazione fra i due partiti palestinesi che controllano i due lembi di territori occupati.
Una scelta che Stati Uniti e Israele portano avanti grazie alla decisione di permettere i negoziati interpalestinesi soltanto se ospitati al Cairo dal regime di Hosni Mubarak, a sua volta fermamente deciso a boicottare Hamas per questioni politiche interne egiziane. Queste, per ora, le condizioni dettate dal Quartetto. Le stesse dell’anno scorso e dell’anno prima, ma che stavolta dovrebbero improvvisamente portare a un qualche risultato nel giro di 24 mesi.
Forse la speranza dei mediatori è che stavolta, se gli israeliani non acconsentono a frenare la costruzione delle colonie, quantomeno si possa sperare che la disperazione porti le varie fazioni palestinesi alla resa incondizionata entro breve tempo. Poco importano i rischi, poco importa il prezzo.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







