L’Iraq alle urne tra le bombe. Ma i sunniti stavolta votano

Annalena Di Giovanni
elezioni_iraq.png

ELEZIONI. Oggi gli iracheni vanno a votare mentre si prepara il ritiro delle truppe statunitensi. L’affluenza, nonostante i nuovi attentati, si preannuncia tutt’altro che bassa. Dall’esito del voto dipende l’assetto del Paese e del Medio Oriente.

Facevano la fila a Beirut est, ieri, come a Damasco, Amman, le città in cui i profughi iracheni si sono rifugiati a milioni (tre, secondo le stime) a partire dall’inizio della guerra nel 2003. Tutti di fronte all’ambasciata, per votare i proprio candidato in anticipo rispetto all’odierna apertura delle urne in Iraq. Mentre chi è scappato aspettava paziente il proprio turno, l’Iraq era sconvolto da una serie di attentati volti a scoraggiare chiunque dall’uscire di casa per votare. Il più inquietante, ieri, ha preso di mira i pellegrini sciiti che si recavano in pellegrinaggio nella città santa di Najaf, presso il santuario dell’Imam Ali; tre morti e più di cinquanta feriti, fra i quali due iraniani, e probabilmente la mano degli estremisti di al Qaeda. Ma nonostante la paura, tutti si aspettano che oggi le elezioni irachene registrino un’affluenza tutt’altro che bassa.
 
Una cosa è certa: a prescindere dall’affluenza di oggi, le elezioni parlamentari irachene di questo 7 marzo 2010 saranno decisive per l’assetto iracheno e mediorientale. E, forse, un segno che il ritiro definitivo delle forze americane dall’Iraq, dopo 7 anni di guerra e occupazione, si fa sempre più vicino. Partecipare tutti, ad ogni costo. Sembra questa la principale svolta di queste elezioni parlamentari, dopo che nel 2005 le urne videro di fatto soltanto arabi sciiti e curdi recarsi a votare, condizionando pesantemente il percorso politico dell’Iraq post-Saddam Hussein e lasciando spazio soltanto alle armi per rivendicare i diritti dei sunniti. Nel 2005 infatti, sia le tribù del cosiddetto “Triangolo Sunnita” che i cittadini di Baghdad scelsero di non votare dopo che l’amministrazione militare americana aveva di fatto permesso. Ma la divisione del potere con gli sciiti non è l’unico terreno che i candidati sunniti sperano di recuperare con questa nuova tornata elettorale.
 
Quando i sunniti scelsero di boicottare in massa le elezioni del 2005, gli equilibri parlamentari finirono col giocare anche a favore dei curdi dell’Iraq settentrionale. Una zona contesa da troppi interessi; quelli petroliferi, concentrati nella zona di Kirkuk, la “Gerusalemme dei curdi”, rivendicata da questi ultimi come potenziale capitale di un ipotetico Kurdistan indipendente dal resto dell’Iraq; ed etnici, dato che tuttora la zona di Kirkuk conta una forte presenza araba fatta di tribù trasferite a forza durante l’era Saddam per controbilanciare la presenza curda, e oggi decise a mantenere le proprie case, i propri villaggi, e la propria vita restando dove si trovano.
 
Rinunciare ai propri seggi significherebbe di fatto perdere la possibilità di contrastare il piano di partizione portato avanti dai leaders curdi Barzani, attuale primo ministro della provincia autonoma curda, e Jalal Talabani, presidente iracheno che, come capi dei due principali partiti curdi, hanno come agenda la federalizzazione dell’Iraq come primo passo verso la scissione del Kurdistan dal resto del Paese. Il che significherebbe, temono gli arabi del Kurdistan, un’eventuale evacua zione dei cittadini noncurdi verso le zone sunnite dell’Iraq centrale. Non stupisce dunque che quest’anno persino l’Alleanza dei Dotti Islamici abbia deciso di tacere sulla questione elettorale, senza incitare al boicottaggio come fece cinque anni fa. Il principio del sempre meglio di niente, in Iraq, sembra mettere d’accordo tutti.
 
LE ELEZIONI
Sono almeno 19 milioni gli iracheni chiamati a votare oggi in Iraq negli almeno 50mila seggi sparsi nel paese. I profughi hanno già votato ieri e venerdì, come le forze di polizia che in massa sono schierati a limitare le violenze previste durante il voto. Sono 6529 i candidati ai 325 seggi previsti in parlamento, dei quali tre riservati alle minoranze Yazidi, Sabea e Shbaki.
I partiti politici, in tutto, saranno 86, molti dei quali del tutto nuovi e pronti a sfidare le vecchie alleanze del 2005. La principale novità, quest’anno, sono le liste aperte: si vota il candidato e non il partito.
Cinque anni fa venne considerato impossibile per ragioni di sicurezza, e con la scusa di non mostrare il volto del candidato per non esporlo a rischi, si finì col limitare il voto alle sole entità politiche, che avrebbero poi successivamente deciso la propria formazione interna. La conseguenza è che a partire da questo 7 marzo, finalmente in Iraq vi saranno candidati indipendenti.

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31