L’Oscar è donna con la Bigelow
CINEMA. Con sei statuette la Bigelow stravince la competizione contro l’ex marito Cameron. Coraggiosa e sensibile, è la prima regista donna ad aver ricevuto l’ambito riconoscimento.
E' arrivato il momento di riflettere e l’America della Notte degli Oscar lo fa preferendo The Hurt Locker, il duro film sulla guerra in Iraq della bella e “tosta” regista californiana Kathryn Bigelow al più confortante fantakolossal ambientalista dell’ex marito James Cameron. Ai mega incassi miliardi (Avatar è il film che ha incassato di più nella storia del cinema), alla novità degli effetti speciali (questo 3D tanto osannato), alla favola ambientata in un non ben identificato pianeta altro (il bellissimo ma irreale Pandora), questa volta l’America sceglie, coraggiosamente, il qui e ora di uno straziato angolo del pianeta Terra, la ben identificabile Bagdad, in piena guerra irachena.
Che la manifestazione, domenica notte, sia andata verso il cinema indipendente e la riflessione politica e sociale lo dimostra anche il premio a Mo’nique Mitranda, come migliore attrice non protagonista per il drammatico Precious, storia di un’adolescente nera, povera, maltrattata e abusata in famiglia. «L’obiettivo è che non esistano distinzioni tra un film diretto da una donna e uno diretto da un uomo». Così, una ventina di anni fa, parlava di cinema la Bigelow. Ai tempi di quel Blue Steel con cui cominciava a far conoscere il suo stile teso e adrenalinico, fino a quel momento tipico del cinema per gli uomini e degli uomini.
Ma che non si facesse incasellare in cliché scontati, la Bigelow lo dimostrerà nel 1991 con Point Break, il film con cui si imporrà all’attenzione del pubblico e della critica internazionale. Chi non ricorda la scena dei quattro rapinatori di banca, che nascondevano il proprio viso dietro le maschere dei presidenti degli Stati Uniti: Reagan, Johnson, Nixon e Carter? Regina dell’action movie, professionista indiscussa di un montaggio sincopato dal ritmo serrato, che tiene con il fiato sospeso chi guarda, la regista si è dimostrata però dotata anche di una sensibilità e profondità tutta femminile. Nel 2001 con il meno noto Il mistero dell’acqua, pur non rinunciando al genere del thriller, la sua maestria formale e la visionarietà, tipica di una Bigelow, anche affermata pittrice, furono messe al servizio di dinamiche interumane intime e profondissime.
Ora, con The hurt locker, il film grazie al quale da ieri è la prima regista donna ad aver ottenuto l’ambita statuetta (prima di lei ci erano andate vicine Lina Wertmuller, Jane Campion e Sofia Coppola), ha cercato di raggiungere lo stesso equilibrio tra un war movie tutto azione ed esplosioni e un sottotesto silenzioso e carico di tensione che indaga le conseguenze di una guerra assurda e incomprensibile. Il film, scritto dall’ex reporter di guerra Mark Boal, ci trasporta al fronte con una squadra di artificieri e minatori e ci fa assistere alla crudezza della vita bellica, attraverso le vicende di soldati eroici ai limiti dell’incoscienza.
Ma non bisogna dimenticare che la Bigelow è pur sempre una donna ed è con lo sguardo di una donna che tratteggia il ritratto del sergente, abile sminatore di professione, che rinuncia volontariamente ai propri affetti familiari e a una vita normale pur di non privarsi dell’adrenalina, che gli provoca un luogo di guerra. Ed è il suo sguardo femminile che lo vede allontanarsi di nuovo verso il fronte nella scena finale del film. Piccolo soldato, solo, non più in grado di scegliere la vita al posto della morte. «Tu sai dirmi perché io sono così? - chiederà a un certo punto il sergente a un altro soldato». Ed è la frase più toccante del film. Una critica antropologica alla guerra prima ancora che politica.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







