L’Ue alle prese con Gaza

Annalena Di Giovanni
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MEDIO ORIENTE. La responsabile della diplomazia dell’Unione europea, Chaterine Ashton, ha visitato la zona teatro di guerra evitando i leader di Hamas. Ad accoglierla il primo ministro di al Fatah Salam Fayyad.

Una parola contro «qualunque tipo di violenza», e due sulla necessità di «andare avanti per consentire al processo di pace di progredire» è tutto ciò che la Baronessa Ashton, alto rappresentante Ue per la politica estera, ha detto durante il suo viaggio, ieri, nella Striscia di Gaza, sotto assedio da un anno e ancora semidistrutta dopo che al mese di bombardamennti israeliani dell’anno scorso è seguito un ferreo embargo su ogni materiale di ricostruzione che permetta ai palestinesi di avere di nuovo un tetto sulla testa.
 
Una condanna volta soltanto ai palestinesi, e che di fatto, dopo il lancio di tre missili dalla Striscia di Gaza, ha lasciato intendere il via libera europeo a qualsiasi futura azione militare da parte di Tel Aviv. Ancora meno di quanto, nei giorni scorsi, gli statunitensi, Joe Biden e Hillary Clinton, sono riusciti a dire da parte della Casa Bianca, ultimamente ai ferri corti col governo di Benjamin Netaniahu, e senza neanche il bisogno di recarsi in visita alle rovine di Gaza. Del resto la visita della Ashton si è limitata agli aspetti umanitari della tragedia. 
 
Qualche incontro con gli operatori umanitari occidentali nella Striscia, una visita ai bambini disabili di Gaza City, e un fermo boicottaggio di qualsiasi incontro coi membri di Hamas. Un rifiuto che può soltanto lasciar spazio a nuovi più estremi giocatori, nel complesso scenario arabo-israeliano. Perché se gli islamisti di Hamas respinti dalla Ashton da tre anni mantengono il controllo di una Striscia affamata dal blocco di derrate, elettricità e carburante, isolati dall’intera comunità internazionale, adesso nuovi movimenti in stile al Qaeda stanno cercando di cavalcare il disagio palestinese a Gaza, incitando ad una lotta di carattere religioso e senza spiragli politici.
 
Gruppi come Ansar al Sunna, una cellula sconosciuta fino a ieri, che ha approfittato dell’attenzione mediatica di ieri per lanciare un razzo contro Israele. A fare le spese di tutto questo, un lavoratore thailandese colpito dalla scheggia di un missile - uno dei tre, in totale, lanciato nella giornata di ieri - da Ansar al Sunna. Un immigrato sul quale nessun giornale israeliano si è per ora dilungato, salvo che per riportare le promesse di ritorsione da parte del vice-ministro degli esteri Ayalon o del presidente Shimon Peres. Della vittima non si sa molto,  a parte che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.
 
Di lavoratori thailandesi, del resto, il sud di Israele è pieno; hanno preso il posto della manodopera a basso costo palestinese, scomparsa dal mercato con la chiusura della Striscia di Gaza, e portano avanti l’economia agricola della zona. Celebri kibbutz come Yotvata, a Elat, ne sono pieni; i figli dei kibbutzikim, eredi della “fioritura del deserto”, hanno da tempo lasciato perdere il piccone e portano avanti le aziende collettive come veri e propri business, nei quali il sogno sionista viene coltivato, munto, pastorizzato o vendemmiato dai braccianti asiatici. Che vanno e vengono con una sola certezza, quella di non poter restare a lungo.
 
Israele infatti, pur essendo “la sola democrazia del Medio oriente”, conserva una strana politica sull’immigrazione, che permette la cittadinanza soltanto a chi possa provare l’appartenenza alla “razza” (e non alla religione) ebraica, e detiene preventivamente chiunque sia sospetto di non essere in regola con il permesso di lavoro ancora prima che costui possa provare la propria innocenza.
 
Storie difficili ma periferiche, delle quali non si saprà poi molto. Se non che il bracciante thailandese ucciso ieri da un missile di Ansar Al Sunna, per quanto temporaneo, per quanto probabilmente a disagio nella propria condizione di immigrato, probabilmente resterà bene impresso nella memoria dei familiari di chi, da oggi, a Gaza, si ritroverà, suo malgrado, a pagare per quel missile.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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