La democrazia al bivio
DAL TRANSATLANTICO. Tra le tante ipotesi per risolvere il nodo elettorale, un enigmatico “decreto interpretativo”. Bersani conferma la contrarietà a ogni intervento sulle regole. Bonelli: «Vicini al punto più basso della nostra storia repubblicana».
Non si riescono a trovare i pezzi giusti per comporre il puzzle delle liste con l’accordo di tutte le parti in causa. Non ha prodotto la fumata bianca neppure il colloquio di giovedì sera tra il premier Silvio Berlusconi e il presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato ha confermato la sua opinione sull’inopportunità di un decreto legge del governo che riapra i termini di ammissione delle liste e rinvii di quindici giorni le elezioni regionali. Oltre a considerazioni di merito («Una soluzione politica? Se qualcuno mi spiega cos’è la soluzione politica e da parte di chi e su che cosa la esaminerò», aveva dichiarato Giorgio Napolitano prima di incontrare il premier Silvio Berlusconi), a pesare sull’orientamento del presidente della Repubblica sarebbero state anche le posizioni dell’opposizione contrarie al decreto legge.
Pierluigi Bersani, segretario del Pd, continua infatti a confermare il no del suo partito: «Ogni intervento in corso d’opera sulle regole elettorali sarebbe, come ovvio, assolutamente inaccettabile». Sulla stessa linea il presidente dei Verdi Angelo Bonelli: «Se il governo dovesse varare un decreto per risolvere il caos delle liste elettorali porterebbe la nostra democrazia al punto più basso della storia repubblicana». Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, ribadisce: «Il rinvio delle elezioni non mi sembra una strada praticabile». Contro il rinvio delle elezioni per decreto è schierato anche Antonio Di Pietro, Idv, che ha definito «anticostituzionale» la possibilità di un intervento del governo.
Berlusconi, decidendo di non partecipare alla manifestazione del centrodestra a piazza Farnese, aveva scelto giovedì pomeriggio di non far salire ulteriormente la tensione ma ci teneva a precisare: «Il Pdl è stato vittima di un sopruso grave. I nostri uomini sono stati trattati come incapaci, mentre invece c’è stata malafede da parte di altri e un atteggiamento di alcuni magistrati eccessivamente rigido e fiscale». Il premier era convinto di poter avere il via libera di Napolitano nell’incontro al Quirinale sulla base della citazione di un precedente che avrebbe potuto risolvere il problema liste: nel 1995 Scalfaro, allora capo dello Stato, firmò un decreto legge, approvato dal governo presieduto da Lamberto Dini, che spostò la scadenza dei termini per la presentazione delle liste dalle ore 12 del 29 marzo alle 20 del 31 marzo.
Stefano Ceccanti, costituzionalista e senatore del Pd, in una intervista al Riformista, ha però spiegato che quel precedente non è sufficiente a fare letteratura giuridica sulla questione «perché allora fu fatto un decreto che prolungava i termini di data del voto, peraltro non ancora scaduti, ma proprio quel decreto legge fu abbattuto, e all’unanimità, da tutti i gruppi parlamentari». La strada del decreto vede il disaccordo del presidente Napolitano che dovrebbe controfirmarlo; altra opzione è una legge di iniziativa parlamentare proposta da tutti i capigruppo di Camera e Senato che rinvierebbe di un mese le elezioni regionali per permettere di riaprire i termini della consegna delle liste. Le voci che avvalorano questa debole eventualità - su cui il Pd non ha dato pubblici segnali di disponibilità - sostengono che il sì dell’opposizione dipenderebbe dalla possibilità che il provvedimento riguardi anche il voto per il rinnovo del Consiglio comunale di Bologna, attualmente commissariato.
C’è un’altra ipotesi ancora, quella più accreditata alla vigilia della riunione del Consiglio dei ministri fissata per ieri alle 19.30: il governo potrebbe decidere di approvare un decreto sul caos delle liste che tuttavia, per non collidere con la posizione del Quirinale, si limiti a interpretare la legge elettorale. Il come, resta un rebus. Ignazio La Russa, ministro della Difesa, assicura: «Non faremo niente con protervia. Faremo tutto con il massimo del buonsenso e con una certezza: non è eliminabile il diritto di voto di milioni di italiani. Non ci rassegneremo all’esclusione dalle prossime elezioni. Non lasceremo nulla di intentato, fra le opzioni lecite». La situazione delle liste nel Lazio e in Lombardia resta nel frattempo complicata. Quella del Pdl nella provincia di Roma rimane esclusa in attesa di un parere del Tar, mentre è stato riammesso il listino della candidata del centrodestra Renata Polverini: in questo modo le liste collegate hanno un candidato presidente di riferimento. Irrisolto resta il destino della lista di Roberto Formigoni in Lombardia: il parere del Tar è atteso oggi.
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