La devastazione e la paura per le strade di Concepcion

Andrea Fagioli da Concepcion
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CILE. A una settimana dal sisma le zone del sud colpite dal terremoto sono ancora in ginocchio. L’unica risposta che finora è arrivata dalle autorità è stato l’uso della forza per fermare i saccheggi. I soccorsi sono poco coordinati e mal gestiti.

Oltre 7.000 militari armati di tutto punto e nessuno con la pala. A una settimana dal sisma le zone del sud del Cile colpite dal terremoto sono in ginocchio ma l’unica risposta che finora è arrivata dalle autorità è stato l’uso della forza per fermare i saccheggi. I soccorsi sono stati tardivi e mal coordinati e le squadre di pompieri specializzati nelle operazioni, arrivate da Argentina, Messico e Spagna, non possono intervenire perché non sono state compiute le operazioni preliminari minime. Per le strade le carcasse degli animali vengono lasciate marcire e l’acqua, nonostante le rassicurazioni di sindaci e intendenti, da molte parti non è tornata.
 
Concepcion, la città in cui la scossa ha fatto più vittime, è militarizzata e spettrale, il coprifuoco dura 18 ore al giorno e i suoi abitanti hanno a disposizione le restanti sei per procurarsi cibo, acqua e gli altri beni di prima necessità che scarseggiano. Le code per comprare combustibile o qualcosa nei pochi negozi aperti sono lunghe centinaia di metri, e tutti gli alberghi e ristoranti sono chiusi. Il centro della città, che si stava riempiendo di studenti universitari per l’imminente inizio dell’anno accademico, è un ammasso di macerie. Alcune vie sono completamente distrutte e in altre non c’è una sola casa agibile. Dalla strada si vedono gli interni di quelli che erano ristoranti, negozi o abitazioni private. Non c’è nulla in piedi. Fa impressione vedere calle Carreras, sei corsie che tagliano la città da un estremo all’altro, deserta dalle sei del pomeriggio a mezzogiorno. I militari fermano i mezzi autorizzati a transitare a ogni incrocio chiedendo salvacondotto, patente dell’autista e documenti di tutti gli occupanti. Negozi, farmacie, pompe di benzina e supermercati presentano i segni dei saccheggi dei giorni scorsi e alcuni sono stati dati alle fiamme. La gente, che in un primo momento ha benedetto l’arrivo dei militari, adesso si lamenta. «Arrestatemi, mettetemi in prigione ma io devo trovare il latte per mia nipote», grida Luis Bastia a un sergente sulla ventina. I soldati sono inflessibili, non ha il salvacondotto e deve tornare a casa. Lui protesta e non si muove. Un’ora dopo è ancora con la pattuglia. «Io ho un permesso permanente perché sono un magistrato, ma è disumano lasciar girare liberamente solo sei ore al giorno persone che hanno bisogno di tutto», dice Diego Simpertica, in coda in attesa di qualche litro di benzina.
 
In fondo a calle Carreras il palazzo O’Higgins, un edificio di 15 piani, è adagiato su un fianco e mostra le fondamenta completamente divelte. Di fronte, le televisioni di mezzo mondo hanno piazzato furgoni e antenne per la diretta. Per fortuna le case non erano tutte abitate, perché la costruzione è recente e gli appartamenti erano troppo costosi. Dai resti del palazzo spuntano cuscini, tastiere di computer, letti, giochi e molti altri segni di qualche vita che è stata cancellata o non sarà più la stessa. All’interno del palazzo dovrebbero esserci ancora undici corpi. I pompieri che gestiscono le operazioni di soccorso ne hanno convocato mercoledì i parenti per comunicargli che non ci sono più speranze di trovare persone in vita.
 
La situazione è via via più drammatica avvicinandosi alla costa. Talcahuano, che forma un’unica area metropolitana con Concepcion, è il secondo porto del Cile e quello militare del paese. L’odore qui è insopportabile, le onde, tra le altre cose, hanno trascinato per tutta la città centinaia di sacchi farina di pesce da 500 chili che rendono l’aria irrespirabile; il fango misto a petrolio fa il resto. L’esercito ha difficoltà a gestire la situazione, e gli arresti si susseguono uno dopo l’altro. Nel retro di un magazzino di sale, una quindicina di persone sono distese faccia a terra con le mani legate dietro la schiena. L’accesso è consentito solo alla stampa e i militari spiegano che chiudono un occhio su chi ruba per sé e per la famiglia, ma quelli arrestati avevano messo in piedi una rete per rivendere tutto al mercato nero. E in effetti una folla di persone di tutte le età corre con scatole di viveri in ogni direzione sotto gli occhi dei militari. Qualcuno ha in mano un machete, non si capisce se per difendersi o attaccare. Quando scende la notte, la gente ha ancora paura delle bande che nei primi giorni dopo il sisma hanno messo a ferro e fuoco la città e si organizza isolato per isolato per fare ronde notturne, nonostante la presenza delle pattuglie.
 
Sulle rive del mare, nel mezzo del quartiere dei pescatori è spiaggiato il Don Renato, un peschereccio di almeno 20 metri. Nella sua corsa dal molo alla strada ha trascinato con sé diverse abitazioni. Le macerie hanno forme che non ricordano nemmeno da lontano quelle di una casa. «Qui non è morto nessuno - dice José - perché la gente di mare sa da sempre che dopo un terremoto bisogna salire sulla collina qui di fronte». «Una cosa come questa però non l’avevamo mai vista - gli fa eco sua madre - vogliamo che la municipalità ci dia alloggio da un’altra parte. Con i cambiamenti climatici queste cose succedono sempre più di frequente. Abbiamo paura a restare ancora stare qui».
 
Il quartiere più devastato è Santa Clara, una baraccopoli alla periferia di Talcahuano. Delle case di legno con il tetto di lamiera non è rimasto niente. Alcune sono state spostate di 50 metri. Le pochissime che non sono crollate del tutto hanno un metro di fango all’interno e non sono utilizzabili. Qui la gente del posto ha recuperato otto corpi, ma non si sa quanti potrebbero ancora essercene tra il fango e i resti delle capanne. Per strada i cani vomitano prima di morire. In mancanza di acqua bevono il petrolio dalle pozzanghere e potrebbero diventare pericolosi dal punto di vista dell’igiene. Non c’è nessun segno di intervento post terremoto. Sembra che il sisma sia passato da un’ora, non da una settimana. «Siete i primi a entrare qui - racconta Pablo, 20 anni - finora non si era visto nessuno, né giornalisti, né soccorritori».  

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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