La finta utopia di donne senza uomini
CINEMA. Un giardino come rifugio dalla violenza maschile. La realtà delle donne iraniane, schiacciate
da mariti, fratelli e religione negli eventi del golpe del 1953, metafora dell’oggi.
Un giardino, un frutteto mistico, quello delle poesie perse e soufi. Terra d’origine. Palme e ortiche che si svegliano nell’alba. Un gorgoglio d’acqua. Fonte. Rifugio in un deserto che rifiorisce a primavera. Come se in ogni donna crescesse un’immensa foresta, dove ritrovare se stesse. Un luogo riparato dalla violenza maschile, dove quattro destini di donne confluiscono e s’intrecciano e si riparano a vicenda. Donne che fuggono dalla violenza maschile. Ecco il tema del film Donne senza uomini di Shirin Neshat, fotografa e video artista iraniana di fama mondiale, nota a tutti per i suoi ritratti di donne ricoperti di calligrafia sulle mani (Women of Allah), al suo primo esordio come regista. Realizzato con la collaborazione di Shoja Azari, la sceneggiatura è tratta dal romanzo semi fantastico di Sharnush Parsipur. Del film ha già scritto Terra venerdì, ma vale la pena tornare a parlarne.
Un film magico ma violento, insieme realistico e onirico sul dolore. Sulla perdita dell’identità dovuta ai vari annullamenti, all’assenza di una vera dialettica uomo-donna. Stupro del matrimonio che rende Fakhri oggetto di lusso del marito. Stupro ripetuto sull’esile prostituta Zarin, anoressica per colpa dell’orrore subito. Cerca aiuto-affetto ma dovunque si giri trova uomini in preghiera, assenti. Ovunque ti giri. Religione come oppressione, che uomini terrorizzati dall’irrazionale usano per controllare le donne. Asservirle. Come il fratello fanatico che tenta di “proteggere” sua sorella Munis dalle tentazioni: la politica e la vita. Questa figura del fratello e dell’aspirazione al cambiamento politico represso annuncia la futura rivoluzione islamica. Una mattina Munis, senza velo e capelli al vento, si butterà dalla terrazza. Per fuggire da questo uomo-carcere. Quotidiano di violenza sulle donne iraniane.
È il 1953, l’estate del golpe organizzato dalla Cia per riportare al potere lo Scià - l’ultimo periodo democratico in Iran - e direttamente responsabile della rivoluzione del 1979. E infatti anche se è un film storico ogni immagine riecheggia stranamente, per un sottile gioco di parallelismo, l’Iran del presente.
Colori come sentimenti politici. I toni sbiaditi delle cartoline, per riportarci in una storia persiana che ha sempre avuto sete di liberazione. E poi i colori vivi che sembrano la rivoluzione di oggi, quella attuale, verde-sangue di cui nessun governo occidentale si degna di interessarsi. O la nebbia che avvolge tutto il film onirico e che sembra suggerire la confusione o la ricerca per uscirne. Colori surreali del rifugio, quasi fluorescenti, dove donne cercano una sorgente, l’identità, la nascita. Per non morire vittime dei troppi annullamenti, si rifugiano in questa finta utopia di una comunità di solo donne. Ma alla fine, e forse per colpa di questa separazione volontaria o imposta dall’uomo, dall’altro diverso, muoiono. E il film si chiude sul troppo inutile suicidio della rivoluzionaria Munis. Sul quale la regista si sofferma come compiaciuta.
La fotografia è straordinaria, da vera video-artista. Immagini come quadri. L’hamam alla Toulouse-Lautrec. Interiori intimi alla Vermeer. Natura tropicale al risveglio. Ma se le immagini di questo strano film quasi fantastico, che ha vinto il Leone d’Argento di Venezia 2009, sono davvero surrealmente oniriche e vive, questo suo primo lungometraggio sembra invece troppo rinchiuso sul dolore, come se volesse penetrarci sotto la pelle. Da cui le donne si liberebbero solo in un esilio spirituale o con la morte. È ovvio che Shirin Neshat non conosce, o nel suo Paese di origine sono rari, i rapporti uomo-donna nonviolenti e creativi che attingono all’irrazionale della donna, lasciandola libera senza bisogno di ammazzarsi.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







