La guerra delle piazze
POLITICA. In una infuocata conferenza stampa Berlusconi nega qualunque errore nella presentazione delle liste, se la prende con Radicali e giudici, e lancia la campagna elettorale rullando i tamburi di guerra: «Manifesteremo anche noi».
Berlusconi si presenta per la prima volta da quando è tornato premier nel 2008 in via dell’Umiltà, dove ha sede il Pdl, per una agguerrita conferenza stampa. Questa volta parla come presidente del partito e non del governo: «Nessuna irregolarità, a Roma ci hanno impedito di presentare le liste. Siamo qui per reagire all’assoluta disinformazione data riguardo alle vicende del Pdl a Roma». Segue la lettura puntigliosa di alcune cartelle di ricostruzione dei fatti per sostenere la tesi che il Tar del Lazio e l’Ufficio elettorale di Roma, respingendo i ricorsi del Pdl, hanno fatto un grave ingiustizia: «Ai delegati del Pdl è stato impedito di presentare le liste con atteggiamenti e comportamenti ben precisi». Dopo lo sfogo, arriva l’attacco all’opposizione: «Il comportamento della sinistra è stato ed è antidemocratico e meschino. Noi ci saremmo comportati nel modo opposto». Ma il succo, alla fine delle recriminazioni, è che il Pdl accetta che si svolgano le elezioni regionali senza la propria lista nella provincia di Roma. Se poi il Consiglio di Stato dovesse dare ragione al ricorso del Pdl, si vedrà il da farsi. Cade così pure l’ipotesi del rinvio delle elezioni.
Berlusconi annuncia però che non desiste dall’idea di promuovere una grande manifestazione a Roma per il prossimo 20 marzo (forse verrà sposta a domenica 21 per evitare la concomitanza con la Maratona di Roma). Il premier vuole sospingere verso il successo la candidata del centrodestra Renata Polverini. Vi parteciperanno tutti i tredici candidati del centrodestra a guidare le Regioni e potrebbe concludersi addirittura a piazza S. Giovanni, meta tradizionale dei cortei del movimento sindacale e della sinistra. A questo proposito è subito arrivata una precisazione da parte di Gianfranco Fini: «Il presidente della Camera non partecipa mai a manifestazioni elettorali organizzate dai partiti». Non è solo una precisazione di galateo istituzionale.
Nel centrosinistra fervono intanto i preparativi per la propria manifestazione di sabato prossimo a piazza del Popolo a Roma. Antonio Di Pietro alza i toni della polemica: «C’è un assassino della democrazia e si chiama Berlusconi. Oggi fa approvare con la fiducia il legittimo impedimento che mette al riparo lui e tutti i ministri dalle inchieste della magistratura».
Il leader dell’Idv rivolge un appello al presidente Napolitano affinché «apra gli occhi e impedisca questo scempio di legalità e di democrazia». Questo riferimento al capo dello Stato fa innervosire i dirigenti del Pd che temono che sabato prossimo in piazza ci siano più slogan contro Napolitano che contro Berlusconi. Il segretario Bersani convoca perciò una conferenza stampa sia per replicare al premier sia per prendere le distanze da Di Pietro: «Ancora una volta Berlusconi si è presentato come un agitatore politico, come un capolista e non come un capo del governo di tutti gli italiani. La sua ricostruzione dei fatti è fantasiosa». Poi invita tutte le forze politiche a ritirare ricorsi e controricorsi sulle liste elettorali per riportare la situazione alla normalità. Quanto ai rapporti con l’Idv, Bersani precisa: «Di Pietro ha un suo modo di sollevare questioni che noi non condividiamo e lo abbiamo ripetuto mille volte. Ognuno porta la responsabilità di quel che dice, ma quando si fa una cosa insieme c’è una piattaforma e in quella piattaforma non vi saranno attacchi al Colle». La situazione tra Pd e Idv resta comunque tesa.
A fine giornata appare del tutto superata la proposta di Emma Bonino e Marco Pannella di rinviare di un mese in tutta Italia le elezioni regionali «in modo da ripristinare la legalità di un processo politico già ampiamente compromesso». Ma in questo tormentone potrebbero esserci altre puntate in grado di riportare la situazione al punto di partenza.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







