La pace si fa a Damasco
«Siamo molto preoccupati per i nuovi insediamenti a Gerusalemme Est e per le conseguenze che possono scaturire». Con queste parole il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ieri ha abbandonato le questioni di politica interna per entrare nel vivo della sua visita a Damasco. Stretta fra il Libano e la Turchia, la Siria non conta come Israele e non fa notizia come l’Iraq. Cosa è andato a fare, quindi, Napolitano a Damasco?
Nella lunga visita di tre giorni che si concluderà oggi ad Aleppo il nostro Capo di Stato, accompagnato dal ministro degli Esteri Franco Frattini, non ha ribadito solo l’importanza del ruolo che ha l’unico Paese stabile (e non in guerra) nella faticosa costruzione della pace in Medio Oriente, ma ha voluto soprattutto rispondere a quella domanda crescente “di Italia” che negli ultimi dieci anni si è imposta nel Paese in piena trasformazione. In Siria serve più Italia nel mondo della moda, più Italia nelle forniture di materiali tecnici per l’agricoltura (da cui dipende un terzo del Pil), più Italia per condurre un numero potenzialmente infinito di scavi archeologici nel Paese degli assiri, dove fino a ora nessuno aveva mai pensato di prendere sul serio questa scienza dell’antico.
Dal canto suo l’Italia ha bisogno della Siria non solo per importare olio, petrolio e tessuti ma anche per non sparire completamente nel panorama diplomatico mondiale e dimostrare che conta qualcosa almeno nella mediazione con quei Paesi amici, ed è questo il caso. L’Italia terrà per mano la Siria nella firma definitiva dell’accordo di partenariato euro-siriano tra Damasco e Bruxelles. Un’accordo, non solo commerciale, tutt’altro che semplice viste le questioni aperte dall’Ue nei confronti dello stato di diritto (latente) nel Paese governato da Bashar Al Assad. Il giovane medico oculista, 44 anni, ha preso il potere dieci anni fa, subentrando alla morte del padre, il dittatore Hafez.
Da allora ha inaugurato una stagione di riforme (favorendo una maggiore alfabetizzazione, l’accesso ad internet e una leggera apertura ai partiti di opposizione). Di fatto però nulla è cambiato sotto l’aspetto delle politiche economiche e del lavoro, molte idee di Assad “il modernizzatore” sono state ostacolate dai vecchi colonnelli fedeli al suo defunto padre. L’unica vera grande novità è il potenziamento dell’amicizia con l’Iran e il peggioramento dei rapporti con l’Iraq, la cui leadership resta difficilmente identificabile. Sull’Iran, la cui aspirazione al nucleare civile viene più che legittimata da Damasco, l’Occidente e l’Italia in prima fila spera di poter persuadere Assad di far ragionare il suo omologo Mahmud Ahmadinejad.
Ma la normalizzazione dell’area non si costruisce dall’oggi al domani, ne è pienamente consapevole il presidente Napolitano che con un’importante digressione storica, al termine dei colloqui con Assad, ha affermato che «è parte del processo di pace la restituzione dei territori del Golan» da parte di Israele alla Siria. Il Golan (una sorta di Toscana siriana) è la regione più ricca di acqua e vegetazione nel Paese prevalentemente desertico. Dal 1967, in piena violazione di una risoluzione dell’Onu, lo Stato sionista occupa le verdi alture in risposta a un infelice e suicida attacco militare arabo, meglio noto come la guerra dei sei giorni.






