La scuola in corteo contro la riforma

Rossella Anitori

PUBBLICA ISTRUZIONE. Successo a Roma per la manifestazione nazionale in difesa dell’istruzione statale promossa dal sindacalismo di base. Ma la protesta è appena iniziata. In arrivo occupazioni, picchetti e scioperi degli scrutini.

La posta in gioco è alta e chi è sceso in piazza ieri per manifestare a fianco del popolo della scuola sembra averlo ben chiaro. In ballo c’è il diritto all’istruzione, un diritto garantito dalla Costituzione che le riforme e i tagli voluti dal governo stanno mettendo in discussione. «Il problema della scuola non è un problema di categoria - dice Francesca, insegnante di lingua inglese al liceo -. Coinvolge la società nella sua totalità, ne mette a rischio il futuro». In migliaia, docenti, studenti, precari e personale Ata hanno attraversato ieri le strade di Roma per dire «no alla distruzione della scuola pubblica».
 
Accanto agli striscioni dei Cobas, che hanno indetto la manifestazione, c’erano quelli dei coordinamenti territoriali. Pisa, Firenze, Venezia e Salerno, alla protesta ha partecipato tutta Italia. In testa al corteo i Comitati insegnanti precari in mobilitazione ormai da mesi: «A perdere il posto saremo almeno in tremila - dice Paola che  insegna in un istituto tecnico professionale -. Quello a cui stiamo assistendo è il maggior licenziamento di massa della storia. Dopo anni di contratti che iniziano a settembre e terminano a giugno, probabilmente questa volta rimarremo a casa senza sapere se e quando potremmo tornare a insegnare».
 
Dall’inizio alla fine del corteo, le scritte che ricorrono sugli striscioni e i cartelli dei manifestanti, prendono posizione contro lo «smantellamento della scuola pubblica» e il piano di riforma del ministro Gelmini che si risolve, secondo chi protesta, in un «forte taglio economico senza alcun progetto culturale e formativo che non sia quello di dare una spallata definitiva al servizio statale».
 
La scuola pubblica è ormai ridotta a un colabrodo. «Non ci sono soldi neanche per fare una fotocopia» dice Elisa, impiegata Ata in un liceo scientifico della Capitale. E se in vista c’è il compito in classe, la regola vuole che l’insegnante si organizzi a proprie spese. «Per quanto riguarda le scuole superiori - spiega Elena -, ogni istituto è creditore con il ministero di cifre che vanno dai due ai tremila euro. Sono i soldi mai arrivati negli anni scolastici 2006 e 2007, e che non arriveranno più. E i fondi stanziati quest’anno per i singoli istituti sono assolutamente insufficienti. Sono sempre di più le scuole che si reggono sul contributo che versano le famiglie, un contributo “volontario” che tale dovrebbe rimanere dal momento che si sta parlando di scuola pubblica». Piano didattico e occupazionale: due facce della stessa medaglia. «Nella scuola media - dice Barbara, docente a Salerno - sono state tagliate tutte le ore che gli insegnanti avevano a disposizione per coprire le assenze, e poiché non ci sono i soldi per pagare chi può sostituire un collega in malattia, finisce che i ragazzi vengono divisi in gruppi e spediti in altre classi, dove diventa impossibile fare lezione». A riforma ultimata nella scuola primaria ora tocca alle superiori e sono ancora tagli agli organici e ore di lezione in meno per gli studenti.
 
Contro i tagli e l’immiserimento della scuola pubblica, per l’assunzione dei precari sui posti vacanti e il ritiro della riforma che coinvolge le superiori, il mondo della scuola è sceso in piazza numeroso nonostante dalla parte opposta della città fosse in corso un’altra iniziativa organizzata dalla Cgil a difesa del contratto collettivo del lavoro. «Nelle prossime settimane - annuncia Bernocchi, portavoce dei Cobas  - ci sarà molto fermento. Da subito proporremo l’occupazione delle scuole, picchetti, e alle famiglie di non pagare le tasse fino ad arrivare allo sciopero degli scrutini. Diffidiamo i presidi a fare gli scrutini durante le lezioni. La fine dell’anno scolastico sarà molto movimentata».  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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