La solitudine del boss

Vincenzo Mulè
messina_denaro.jpg

MAFIA. Si stringe il cerchio intorno a Matteo Messina Denaro. L’operazione Golem 2 ha portato al fermo di 19 persone, tra le quali il fratello del presunto capo di Cosa Nostra, Salvatore, e ha minato alla base la rete di finacheggiatori.

Isolarlo. Per farlo uscire allo scoperto. E sperare nell’errore. È la strategia che le forze dell’ordine stanno tenendo nei confronti di Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993 e esponente di spicco della mafia siciliana. Diciannove persone che contribuivano con la loro attività a coprirne la latitanza sono state infatti fermate ieri nel corso dell’operazione Golem 2, seconda fase operativa di una complessa attività di indagine condotta da uno speciale team investigativo composto da esperti delle squadre mobili di Trapani e Palermo e del Servizio Centrale Operativo i quali, sotto la direzione della Dda di Palermo stanno ricostruendo il reticolo dei rapporti del capo del mandamento di Castelvetrano, vertice incontrastato di Cosa nostra nella provincia di Trapani e - dopo la cattura dei boss latitanti Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo - posto oggi ai vertici assoluti dell’associazione. 
 
Matteo Messina Denaro è ritenuto, tra l’altro, autore o mandante di alcuni dei crimini più efferati commessi da Cosa nostra e, tra questi, numerosi omicidi perpetrati nel territorio della provincia di Trapani, nonché le stragi che, nella primavera del 1993, hanno colpito gravemente le città di Roma, Milano e Firenze. 
 
L’operazione di ieri dalla ha portato al fermo anche del boss, Salvatore, e ha minato alla base la rete di finacheggiatori di cui si è servito il latitante. Una rete costituita anche da insospettabili incaricati di gestirne la latitanza e di occuparsi degli affari di famiglia. Che ha assicurato una continuità operativa attraverso il passaggio di consegne tra le due persone più vicine a ‘U siccu: suo fratello Salvatore e Filippo Guttadauro. Matteo Messina Denaro, dunque, pur non potendo formalmente rivestire cariche verticistiche nella consorteria palermitana a lui estranea, si pone come l’unica figura carismatica a tutt’oggi capace di imprimere le linee strategiche dell’intera Cosa nostra e il cui orientamento finisce per assumere carattere imperativo.
 
Una autorevolezza che deriva dalla continuità. È storia, infatti, la volontà degli attuali mandamenti di ricreare la commissione provinciale della Cosa nostra palermitana, sul modello di quella che prese vita alla fine degli anni ’50, al Grand hotel des Palmes di Palermo, in una una riunione tra i rappresentanti delle cosche mafiose americane e siciliane. La struttura era pensata come organismo di vertice di Cosa nostra e composta dai capi mandamento di Palermo e della provincia. Insieme, ‘democraticamente’, avrebbero dovuto assumere le decisioni di maggiore rilievo per l’organizzazione.
 
La forza di Matteo Messina Denaro è figlia anche di un sistema che si presenta ancora più impenetrabile e complesso di quello che assicurò la latitanza di Bernardo Provenzano, in quanto fortemente caratterizzato dall’adozione di ulteriori e ingegnose cautele. Un’attenzione maniacale caratterizza l’apparato delle comunicazioni, strutturato, a differenza di quanto accadeva nella catena epistolare del boss corleonese, nell’osservanza di due ferree regole: divieto di lasciare traccia materiale sia dei biglietti sia dei movimenti posti in essere per la consegna o prelievo degli stessi e la riduzione al minimo del  numero dei tramiti e delle occasioni in cui la posta viene veicolata.
 
Si è accertato che l’ordine perentorio del latitante ai suoi interlocutori epistolari è quello di bruciare il pizzino ricevuto subito dopo averlo letto, come evidenzia un messaggio che lo stesso Messina Denaro inviava al sindaco Antonio Vaccarino: «Dopo avere letto bruci questa lettera, non strappare, bruciare». E’ pure eloquente in tal senso la furiosa reazione di Messina Denaro quando scopre che, nel covo di Montagna dei cavalli, proprio Provenzano, cioè colui che più di tutti doveva essere cauto, aveva  conservato diversi pizzini poi sottoposti a sequestro.  

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31