Le vedove martiri di Umarov dall’Inguscezia a Mosca
RUSSIA. Sale a 39 il bilancio delle vittime della doppia esplosione nella metropolitana della capitale. I servizi di sicurezza indicano nell’emiro ribelle, capo dei guerriglieri islamici, il mandante degli attentati
ll bilancio del duplice attento di lunedì a Mosca, già pesantissimo, si è aggravato con la morte di una ragazza avvenuta nella notte di ieri. Ora le vittime sono trentanove e nella capitale russa le bandiere sventolano a mezz’asta. Lunghe code di cittadini si diramano dalle zone degli attentati, le fermate della metropolitana rossa di Lubyanka e Park Kul’turi; si fa la fila per deporre i fiori e affidare un pensiero a un biglietto.
Scene non inusuali da quando le presidenze Putin e Medvedev hanno scelto la linea dura nei confronti dei separatisti in Caucaso. Lì porta la pista che stanno seguendo gli agenti del servizio di sicurezza, oggi detto Fsb ma che una volta era noto come Kgb. Sergey Lavrov, ministro degli Esteri, ha pure accennato a una presunta congiuntura fra i terroristi caucasici e cellule attive lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan. Secondo i fascicoli preparati dai servizi segreti, in quella zona impervia, non distante dagli ex confini sovietici del Tagikistan, sarebbero stati addestrati alcuni terroristi che in questi anni hanno agito in territorio russo.
Ma questa è per ora solo una congettura. Gli indizi inerenti alle esplosioni di Mosca indicano nell’irridentismo caucasico i responsabili: non solo Cecenia, ma anche Daghestan, Circassia, Cabardino-Balcaria, Inguscezia. Minuscole repubbliche autonome le cui frange nazionaliste, vicine agli estremisti islamici, lottano da decenni per avere l’indipendenza dalla grande federazione russa.
Il nome sulle colonne di tutti i giornali locali è quello di Doku Umarov, l’emiro ribelle, colui che aveva promesso vendetta per l’uccisione di Aleksandr Tikhomirov, alias Sayeed al Buryati, capo indiscusso dei mujaheddin ingusci. È dal proclama di Umarov che è partita l’operazione Shahidka, delle vedove martiri: la creazione di un gruppo di guerrigliere sante per la liberazione dal nemico occupatore e infedele. Adesso si attende la contromossa russa.
Sia il presidente Medvedev che il primo ministro Putin hanno promesso al Paese una caccia senza pietà contro i mandanti, e non è cosa lontana dalla realtà pensare a un’azione di rappresaglia come avvenne a seguito dell’attentato al treno Mosca-San Pietroburgo del novembre scorso. Tanto più che in Inguscezia sono già iniziate le operazioni di perquisizione nelle case dei parenti dei combattenti schedati.
Ma c’è chi pensa che gli attentati di due giorni fa siano stati una risposta proprio alla dimostrazione di forza che Putin ha sempre voluto e poi consigliato all’amico Medveded, e c’è chi, fra i banchi dell’opposizione mette in discussione tutta la politica portata avanti dal Cremlino nel Caucaso. Boris Nemtsof, vicepremier ai tempi di Eltsin, ha invitato a un cambio di direzione, paventando una sconfitta nei confronti di un terrorismo rafforzatosi nel tempo.
Evidentemente secondo alcuni lo sguardo da duro di Putin non è l’arma più convincente per risolvere la questione caucasica.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






