Leader della Sea Shepherd agli arresti. Mossa mediatica di Tokyo
CACCIA. Come promesso dal Giappone, Pete Bethune, comandante degli attivisti che si battono per fermare le stragi di cetacei da parte delle navi baleniere, è stato condotto prigioniero sulla terra ferma. L’accusa è di “imbarco illegale”.
Gli eco-pirati della Sea Shepherd sono da 30 anni l’incubo delle baleniere giapponesi. Battendo bandiera Jolly Roger, compiono atti di sabotaggio al confine della legalità pur di bloccare le mattanze di cetacei e, nella loro ottica, la parola “impresa” significa garantire che il sangue non venga versato, ma anche ottenere cicatrici di guerra, sanzioni e visibilità mediatica. Quest’ultima stagione, condotta in acque antartiche e interrotta in anticipo per la rottura di un motore, è stata salutata come la più soddisfacente degli ultimi anni: sono riusciti ad impedire uccisioni per diversi giorni consecutivi e a scortare la flotta giapponese fuori dal santuario delle balene dell’Oceano del Sud.
Ma l’apice si è registrato dopo l’affondamento dell’ipertecnologico motoscafo Ady Gil, speronato a inizio anno dalla baleniera Shonan Maru 2: come risposta, il neozelandese Pete Bethune, leader della Sea Shepherd, compiva un mese fa un blitz senza precedenti, salendo a bordo dello scafo avversario per arrestare simbolicamente il capitano e chiedere il lauto risarcimento, 3 milioni di dollari. In seguito, il governo nipponico fece sapere che Bethune, preso in ostaggio, sarebbe stato portato in Giappone per essere denunciato, con capi d’accusa non noti, in un tribunale locale.
Non solo, la polizia di Tokyo ha poi inserito tre attivisti dell’associazione nella lista dei ricercati internazionali con un’accusa di sabotaggio risalente al 2007. Ieri mattina, quanto promesso è stato mantenuto: la Guardia costiera di Tokyo ha arrestato l’attivista per “imbarco illegale” sulla baleniera Shonan Maru 2. Ad accogliere il “prigioniero” al porto della Capitale, il pubblico delle grandi occasioni. E non poteva essere altrimenti, perché l’azione compiuta nei suoi confronti non ha precedenti ed è destinata a infiammare i rapporti tra i cacciatori giapponesi e i governi australiano e neozelandese, storicamente ostili. L’area d’attracco è stata isolata e protetta da un cordone umano composto da centinaia di poliziotti e addetti alla sicurezza, mentre nel cielo elicotteri della tv riprendevano la scena per farla rimbalzare in giro per il mondo.
Poco distante, nazionalisti inscenavano una protesta contro gli “eco-terroristi”, che non rispetterebbero un popolo e la sua cultura, e contro l’Australia, responsabile di una continua “strage di canguri e cammelli”. A completare e rafforzare l’aggressiva azione dimostrativa allestita da Tokyo, le parole del più alto sostenitore della libera caccia alla balena, il ministro della Pesca giapponese, Hirotaka Akamatsu, che ha assicurato che, sulla questione, il suo governo terrà «una posizione ferma, così come per gli incidenti in mare causati dagli attivisti anti-caccia». Se “posizione ferma” significa, oltre alla regolare carneficina, anche attentare la vita agli equipaggi di altre navi (6 i membri della Sea Shepherd coinvolti nell’affondamento, salvi per miracolo), non c’è dubbio che i pirati più cattivi sono quelli che imbracciano la spada da samurai.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







