Legambiente: «Più trasparenza»

Giuliano Rosciarelli

DOSSIER. Gli ambientalisti denunciano: i lavori di riparazione degli edifici potevano già partire. A L’Aquila le macerie sono 5 milioni di tonnellate. Un terzo di queste potrebbe essere già smaltito per lavorare su 10mila edifici danneggiati.

«Le macerie accatastate a L’Aquila e negli altri 56 comuni del cratere - che hanno scatenato la protesta pacifica del “popolo delle carriole”, che domenica ritornerà  per proseguire nel lavoro di sgombero dei detriti - potevano già essere rimosse, le norme che definiscono come trattarle ci sono già, è possibile da subito individuare siti temporanei di stoccaggio».
 

La denuncia è contenuta in un rapporto di Legambiente promosso  dall’Osservatorio “Ricostruire pulito” costituito con Libera e Provincia dell’Aquila. Un lavoro che sgombera, il campo dalle tante informazioni inesatte sull’affaire-macerie.
 
Il primo “equivoco” riguarda la quantità di macerie, sulla quale non esistono dati ufficiali. Una prima stima di Protezione civile e Vigili del fuoco parla di una forbice che solo per il comune dell’Aquila va da 1,5 a 3 milioni di metri cubi (4,5 milioni di tonnellate). Circa un terzo del totale, vale a dire 1 milione di metri cubi, si trova sulle strade, mentre 2 milioni sarebbero quelle accumulate all’interno delle case e nei cortili. Per dare il via alla ristrutturazione degli edifici, è quindi sufficiente spostare circa un terzo delle macerie: potrebbero partire, così, i lavori sui circa 10mila edifici danneggiati tra centro storico e frazioni, con le uniche variabili dei 140 siti sotto sequestro per le inchieste della magistratura sui crolli “dolosi” e il materiale “sensibile” proveniente da edifici di pregio storico-architettonico. 
 
Non è vero, poi, avverte Legambiente, che non si conosce la classificazione del rifiuto-maceria e che non si sa come trattarlo. Già il “decreto Abruzzo” del 28 aprile 2009 prevedeva una riclassificazione delle macerie (da crollo e da demolizioni controllate) come rifiuti urbani con codice Cer 20.03.99. In quanto tali, esse sono sottoposte al divieto di smaltimento fuori dall’Abruzzo e se si deciderà di “esportarle”, sarà necessario introdurre una deroga con un decreto ministeriale ad hoc. Preventivamente trattate potrebbero, invece, uscire dalla regione ed essere ospitate in impianti nel resto del Paese senza bisogno di deroghe.
 

Tanto i sindaci, quanto la struttura commissariale, continua l’associazione,  avrebbero potuto procedere alla rimozione con notevole anticipo. Poiché il decreto legge le  assimila ai rifiuti urbani, con un’ordinanza contingibile e urgente, i sindaci avrebbero potuto disporre la loro rimozione, individuando un sito di stoccaggio temporaneo sul loro territorio. Inoltre, in base all’ordinanza della presidenza del Consiglio dei ministri del 30 luglio 2009, «il commissario delegato può provvedere, in sostituzione dei comuni alla individuazione dei siti da adibire a deposito temporaneo e selezione dei materiali derivanti dal crollo degli edifici pubblici e privati».  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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