Mal’aria industriale

Rossella Anitori
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AMBIENTE. L’inquinamento atmosferico prodotto da fonti industriali è in aumento. È quanto emerge dal rapporto annuale sul fenomeno elaborato da Legambiente. «Non è stato fatto abbastanza per tutelare la salute dei cittadini».

Cementifici, acciaierie, centrali a carbone, raffinerie, inceneritori, gassificatori e rigassificatori. L’industria continua a contaminare l’aria che respiriamo. Su 191 impianti in funzione sul territorio nazionale, 150 operano in assenza di autorizzazione ambientale. E in Italia è boom di inquinamento atmosferico prodotto da fonti industriali. Micro e macro polveri sono in aumento. A dare l’allarme è Legambiente, che ha presentato ieri  Mal’Aria industriale 2010, il rapporto annuale sul fenomeno. Dati alla mano l’industria italiana si conferma come la principale fonte di microinquinanti scaricati in atmosfera, producendo il 60 per cento del cadmio totale, il 70 delle diossine, il 74 del mercurio, l’83 del piombo, l’86 dei Policlorobifenili (Pcb), l’89 del cromo, fino al 98 per cento dell’arsenico.
 
Solo un quinto degli strutture oggi operanti rispettano gli standard di esercizio e di emissioni previsti dall’Europa. «Purtroppo il rilascio dei pareri da parte della commissione Aia nazionale e l’emanazione dei decreti di autorizzazione da parte del ministero dell’Ambiente - si legge nel rapporto - procede con una lentezza ingiustificata». E a farne le spese sono i cittadini esposti a un cocktail micidiale di veleni. Quando effettuati, gli studi epidemiologici portano alla luce un quadro poco rassicurante: l’esposizione agli inquinanti emessi dalle lavorazioni industriali incide sensibilmente sul rischio di contrarre alcune patologie. E a rivelarlo non sono solo le indagini sanitarie.
 
«Per debellare davvero la Mal’aria industriale del nostro Paese serve un vero cambio di passo» sostiene Legambiente. Secondo l’associazione ambientalista, infatti, a differenza del traffico cittadino, che è diventato un tema sensibile ed è riuscito finalmente ad occupare le prime pagine dei giornali, l’inquinamento atmosferico da fonti industriali viene spesso poco considerato. «A parte qualche rara eccezione come il polo siderurgico di Taranto - continua il Rapporto - la fonte industriale non è ancora entrata nell’immaginario collettivo come un problema da affrontare».
 
Eppure l’industria contribuisce in modo sensibile a rendere insalubre l’aria respirata nei luoghi di lavoro e negli abitati limitrofi agli stabilimenti: con il 26 per cento di Pm10 emesso a livello nazionale e un livello di emissioni superiore a quello prodotto dal trasporto stradale, (che incide sul totale solo per il 22 per cento, ma diventa la prima fonte di emissione nei centri urbani). Nell’occhio del mirino di Legambiente sono finite Taranto, Gela, Terni, Mantova, Guidonia, Trieste, Siracusa, Milazzo e Verona. Secondo Legambiente il ministero dell’Ambiente deve intervenire in modo concreto per rivedere i limiti di emissione delle diossine per tutti gli impianti industriali oggi non linea con quanto previsto con la normativa internazionale.
 
«Il ministero - ha detto Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente - istituisca urgentemente una task force di esperti per supportare la Commissione Aia, rivelatasi fino ad oggi inadeguata al ruolo strategico che le compete per ridurre l`impatto ambientale dei grandi impianti industriali del nostro Paese, e stanzi risorse economiche adeguate a potenziare in tempi brevi chi, come l’Ispra, gioca un ruolo fondamentale sui controlli degli impianti industriali». Intanto, in Italia è ancora mal’aria.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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