Marocco, la spina migratoria dell'Europa mediterranea
MONDO. Il regime di Rabat usa la sua collocazione geografica di ponte tra Africa e vecchio continente per ricattare i Paesi europei: se non chiudono entrambi gli occhi su repressione delle libertà e torture, le frontiere potrebbero tornare a diventare una gruviera come nei primi anni Duemila. Ne sa qualcosa il premier spagnolo Zapatero, costretto alla politica di buon vicinato.
Assoluta fermezza, questa la posizione dichiarata dall’attuale governo di Madrid fin dal primo giorno del suo insediamento. La Spagna «non accetta e non accetterà mai l’immigrazione clandestina», parola di José Luis Rodríguez Zapatero, primo ministro. Chi nel 2004 aveva creduto che l’improvvisa ascesa al governo del Partito socialista operaio (Psoe) al posto dei conservatori di Aznar potesse cambiare le carte in tavola in tema di politiche migratorie, aveva fatto male i suoi conti. Zapatero non è Manu Chao e i clandestini no pasarán!
Eppure non è mai mancato da parte socialista un riconoscimento al ruolo positivo degli stranieri. «L’immigrazione è un fenomeno complesso, con molti aspetti positivi. - dichiarava il premier nel 2006 - La prosperità di cui godiamo non sarebbe stata possibile senza il contributo degli immigrati». La strategia di contrasto alla clandestinità però ha mantenuto fondamentalmente un approccio securitario: concertazione con le autorità dei Paesi di transito, controllo alle frontiere, repressione. Nella visione del Psoe, la questione dovrebbe assumere una dimensione europea e ai mercanti di uomini si dovrebbero sostituire canali legali di immigrazione strettamente legati al mercato del lavoro. Questo forse basterebbe, o forse no. Comunque si voglia giudicare, allo stato attuale quel che si fa è lasciare fuori della porta migliaia di disperati.
Da almeno un decennio il problema dei clandestini è in cima all’agenda politica di Madrid, insieme con l’economia, la sicurezza e la questione basca. L’amnistia concessa nel 2005 a 600mila lavoratori stranieri non è servita ad allentare la pressione sul governo. Contro “l’aggressione” dei migranti la società spagnola si chiude a riccio e chi vuol governare non può fare a meno di prendere posizione. Le politiche di oggi sono comunque figlie delle scelte di ieri e nel passato quinquennio il governo Zapatero ha raggiunto accordi con la maggioranza dei Paesi dell’Africa nord orientale, facendo leva sulla cooperazione allo sviluppo per alleggerire le spinte migratorie. Ma la chiave della questione è sicuramente il Marocco, ponte naturale tra Africa ed Europa. Da anni la diplomazia europea contratta col regno nordafricano un accordo che permetterebbe la riammissione forzata di tutti gli irregolari, nodo centrale delle politiche migratorie dell’Unione europea.
Ma Rabat sa di essere in posizione chiave su questo e su altri aspetti del contesto geopolitico, e gioca le carte a suo vantaggio. Ne viene fuori un contesto di reciproco ricatto che è tutto nelle parole pronunciate nel 2006 da Franco Frattini, allora commissario dell’Unione europea, in audizione al Senato francese. «La negoziazione di accordi di riammissione non è cosa semplice. (...) La ragione principale è che, nonostante questi siano in teoria accordi reciproci, è chiaro che in pratica essi servono essenzialmente gli interessi della Comunità europea. Ciò è particolarmente vero per le disposizioni sulla riammissione dei cittadini di Paesi terzi e degli apolidi, una conditio sine qua non di tutti i nostri accordi di riammissione molto difficile da accettare per i Paesi terzi. Il buon fine delle negoziazioni dipende molto dalle “leve” che vengono utilizzate, o meglio dire dalle “carote” di cui la Commissione dispone, ovvero da stimoli sufficientemente pressanti che servano a ottenere la cooperazione dei Paesi terzi coinvolti».
La “carota” da dare al Marocco consiste oggi nella promessa di una zona di libero scambio con l’Unione europea, oltre che in una serie di investimenti massicci sul mercato marocchino. In aggiunta le buone e giuste democrazie europee offrono complicità e silenzio sulle violazioni dei diritti umani che, non bisogna dimenticare, in Marocco sono un fardello assai pesante. La monarchia alawita vive infatti un periodo di modernizzazione sia dal punto di vista amministrativo che sociale, sotto la spinta di un re giovane e benvoluto dal popolo. Ciononostante il Report 2009 di Amnesty International parla chiaro: poca libertà di espressione e di associazione, rigetto di ogni critica, repressione violenta del dissenso, tortura e applicazione selettiva della giustizia. “Le autorità hanno continuato ad arrestare, detenere e deportare collettivamente migliaia di cittadini stranieri”, si legge nel Report. I migranti, in Marocco non trovano assistenza ma l’inferno.
Il Report di Amnesty
Eppure, anche davanti alle tante storie di miseria e violenza raccontate da Amnesty International, Medici senza frontiere e dai media indipendenti, i governanti di Madrid e Rabat continuano da anni a sorridersi e abbracciarsi, facendo del ricatto reciproco il mezzo per raggiungere ciascuno i propri obiettivi nazionali. «Il Marocco ripone fiducia nella Spagna per affrontare la delicata questione dell’immigrazione con grande apertura e nel quadro dell’amicizia ispano-marocchina», disse nell’aprile 2005 l’allora primo ministro Driss Jettou accogliendo in visita ufficiale a Rabat la signora María Teresa Fernández de la Vega, già primo vicepresidente del governo Zapatero. «Sappiamo che è un processo difficile e che ci sono tragedie umane, ma siamo fiduciosi nella generosità del popolo spagnolo e nel modo in cui il governo spagnolo cerca di affrontare questo problema difficile e delicato (…) Le due parti devono profondere sforzi maggiori e mobilitare mezzi più importanti per continuare su questa strada». «Si stanno producendo degli sforzi enormi ma dobbiamo fare ancora di più perché i risultati siano migliori», ribadì la signora Fernández de la Vega.
Questa dunque la strada tracciata ormai da molti anni: fare di più e fare meglio contro l’immigrazione clandestina. Ossia mettere in pratica accordi in base ai quali, a fronte di finanziamenti, investimenti, corsie preferenziali per l’export e forniture militari, il governo marocchino si impegni a contrastare con vigore i flussi migratori, arrivando persino a permettere il pattugliamento della costa da parte di unità militari europee. Da tempo, con attori diversi, la stessa rappresentazione va in scena in Francia, Italia e Grecia. L’Africa è davvero vicina e la spinta migratoria aumenta di anno in anno. Dal 2005 è operativa l’agenzia europea Frontex con lo scopo di “promuovere un modello paneuropeo di Sicurezza frontaliera integrata”. Il che significa un lavoro di squadra tra i membri dell’Unione in materia di controllo alle frontiere, scambio di informazioni, armonizzazione delle politiche di espulsione e cooperazione con i Paesi di origine e di transito.
Un antico proverbio meridionale dice: “Condividi la ricchezza e diventa povertà”. Oggi l’obiettivo di tutti è impedire che eserciti di migranti invadano il continente e ogni governo europeo, di destra o di sinistra, è in fondo nulla più che un operaio impegnato responsabilmente al lavoro di blindatura della “fortezza Europa”. In Spagna, Zapatero sembra aver vinto una battaglia contro l’immigrazione clandestina. La guerra però continua e ha radici profonde. Al momento il Marocco accetta di fare il lavoro sporco, arrestando e mettendo alla porta senza tanti complimenti quelli che passano il confine illegalmente. Se col tempo i flussi aumenteranno, come è prevedibile che sia, serviranno soluzioni diverse che agiscano sulle cause del fenomeno. Idee così, al momento, nessuno sembra in grado di proporle.
Le tendenze di un decennio
Secondo dati del Ministero degli Interni marocchino, nel 2004 furono smantellate 425 reti criminali operanti nel campo dell’immigrazione clandestina, con un incremento di attività pari al 60% rispetto al 2003. Nel settembre 2005 il governo di Madrid fu costretto a dispiegare l’esercito ai confini di Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in Marocco, per respingere i ripetuti assalti da parte di migliaia di migranti africani. Medici senza frontiere riportò testimonianze di furti, torture e stupri ad opera delle forze di polizia sia spagnole che marocchine. Tra violenze, espulsioni di massa e violazioni sistematiche dei diritti umani, 11 migranti persero la vita. Chiusa quella porta, il flusso dall’Africa si diresse attraverso la finestra delle Isole Canarie, lembo d’Europa al largo di El Ayun. Nel corso del 2006, affrontando traversate pericolosissime durate anche dieci giorni, oltre 31mila clandestini raggiunsero le Isole Canarie. Altri 8mila passarono attraverso il Mediterraneo. Una goccia nel mare di circa mezzo milione di stranieri entrati in Spagna quell’anno.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







