Mazim Qumsiyet, una storia di resistenza che nasce dai libri

Enrico Campofreda
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PALESTINA. Professore di genetica di fama internazionale, da anni è impegnato in una lotta non violenta contro l’occupazione israeliana. «Fare lezione in strada quando le scuole sono inagibili è importante quanto un’intifada».

Il professor Mazim Qumsiyet è nato a Beit Sahour, un villaggio a ridosso di Betlemme che è non finito come quei 350 luoghi della Palestina totalmente cancellati dalle carte geografiche e dai libri di storia riscritti da Israele o ribattezzati in ebraico. Ha studiato in Giordania e l’approfondimento per la genetica l’ha portato in Europa e negli Stati Uniti per lavori di ricerca. Mesi fa ha deciso di riportare a casa competenze e impegno civile tornando a Betlemme dove insegna nella locale università. Il professore ha tre passaporti più una carta di transito che però non gli consentono di entrare a Gerusalemme. Né quello giordano né quello rilasciato dall’Autorità palestinese sotto supervisione di Israele. La visita non gliela consente neppure la carta americana dov’è segnalato con il colore blù e non con il verde che libera l’accesso.

 

La Città Sacra è interdetta al professore come a qualsiasi palestinese della Cisgiordania, mentre i residenti arabi della parte est continuano a essere espulsi: 4.600 l’anno scorso, con l’abbattimento di 139 case. Le autorità israeliane programmano di cancellarne un altro 28 per cento, privando di abitazione e cittadinanza 60mila palestinesi. Di fronte a queste catastrofiche minacce il divieto di visitare il Santo Sepolcro che è a cinque chilometri da casa, per il cristiano Mazim è quasi un’inezia. A Betlemme, da cui mancava da tempo, ha trovato il Muro di Sharon che soffoca la collina. Anzi la barriera dell’apartheid ha rubato alla città di Gesù l’80 per cento dei terreni, assegnati alla grande colonia di Gilo sorta su un’altura che la fronteggia. Di quel colle il professore mostra immagini di gioventù con le pendici lussureggianti: da una parte il bosco, dall’altra frutteti e ulivi che davano il legno resistente e leggero del locale artigianato. 
 
Diversamente da milioni di profughi senza diritti, Mazim Qumsiyet è potuto rientrare nella terra d’origine grazie al suo ruolo professionale. Confessa che anche un lavoro privilegiato come il suo riscontra difficoltà  che diventano enormi nel vivere quotidiano d’ogni palestinese della West Bank, soffocato dalla presenza dei 400mila coloni ebrei protetti dall’esercito. Dice: «Purtroppo non si salvano neppure le università, credute luoghi privilegiati. Per la nostra materia, che si basa molto sulla ricerca, mancano molti strumenti. E io, lo confesso, li ho fatti venire proprio da Gerusalemme, nascosti nelle auto con la targa gialla che lì possono transitare». Per Qumsiyet, che adotta metodi non violenti, anche questa, come qualsiasi desiderio di continuare a vivere, è resistenza. Madri, bambini, vecchi possono esprimere dissenso e lottare pur senza l’uso della forza. Un microcosmo che perdura ai grandi progetti di autodeterminazione che storicamente hanno segnato il passo e necessitano di nuova linfa. 
 
Riprende Qumsiyet: «Anche l’attività minuta aiuta a tenere viva la coscienza: per un popolo nulla è mai perso se si conserva l’obiettivo di continuare a esistere come collettività. Non bisogna sottovalutare i piccoli-grandi sacrifici d’ogni giorno: mettersi in coda per ore per attraversare un check point, fare lezione in strada perché i soldati con l’alibi della “sicurezza” impediscono a bambini di sette anni di andare a scuola, rivendicare il diritto all’acqua per annaffiare il raccolto sono atti di resistenza non meno importanti delle Intifade». Il coraggio non manca al docente, che nelle scorse tumultuose settimane di reazione palestinese alle marce dei coloni per la “riconquista” dei luoghi sacri, si è trovato a dare testimonianza militante e pacifica. Pur nella sua posizione, ha ricevuto diktat e minacce dagli ufficiali dell’esercito israeliano, e successivamente è partito per un tour di conferenze negli States. Quand’era fuori l’anziana madre ha ricevuto la visita dei soldati di Tel Aviv che lo cercavano. La donna ha compreso il pericolo e ha scongiurato il figlio di non tornare. 
 
Lui però ha scelto di fare comunque ritorno. È un tipo che non si lascia intimidire il professor Qumsiyet. Negli anni americani, incurante di possibili attacchi dei locali fondamentalisti ebraici, portava in giro col suo furgoncino materiale propagandistico contro l’occupazione della sua terra e contro l’invasione dell’Iraq. Lo distribuiva in comizi itineranti. Accanto a pubblicazioni scientifiche di genetica, si è preposto d’informare sulle condizioni in cui versano i Territori Occupati. Per farlo usa il web e i libri. Dopo un primo testo, sta lavorando a una ricognizione sui 130 anni di opposizione palestinese alla creazione d’uno Stato Sionista, che definisce razzista perché incentrato sul solo popolo e la sola religione ebraici. «Nessuna arma può piegare la determinazione della mia gente. Noi esistiamo e resistiamo», dice Qumsiyet. A costo della galera.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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