In morte di Mark Linkous, musicista senza etichette
MUSICA. Il cantante e compositore degli Sparklehorse si è ucciso sabato scorso con un colpo di pistola al cuore. Aveva quarantasette anni. Forse ha trovato finalmente il posto giusto per riposare. Tanti i messaggi che lo ricordano. Ha scritto per esempio Patti Smith: “Ci ha dato molte bellissime e scure canzoni. Erano come carbone compresso in diamanti e scintillavano nelle notti profonde come stelle impazzite nel mattino”
Era morto già una volta, Mark Linkous, qualche anno fa. Lui e la sua band - gli Sparklehorse - erano in tour con i Radiohead nel Regno Unito per presentare il loro primo album, Vivadixiesubmarinetransmissionplot, lavoro stupendo quanto incomprensibile nel titolo. Dopo un concerto, esagerò con l’alcol e gli antidepressivi e la vita si allontanò dal suo corpo per un po’. I medici riuscirono a riprenderla e a rimettergliela dentro. Ma le conseguenze di quell’incidente furono lunghissime. Rischiò di perdere l’uso delle gambe, ebbe attacchi di cuore, vuoti di memoria. Però conservò la cosa che più gli interessava: «Quando sono tecnicamente morto - è quello che mi è successo per pochi minuti - sono stato davvero spaventato dall’idea che quella parte del mio cervello che mi consente di scrivere canzoni sarebbe stata danneggiata», disse a Rolling Stones. I dischi che diede alle stampe quando si riebbe dalla visita nell’aldilà sono di fattura rara e intensi come pochi altri. Saint Mary, la canzone che scrisse per raccontare questo insolito viaggio tra parentesi dalla vita, dice così: «Mi dispiace, il mio spirito raramente è nel mio corpo, vaga nella campagna secca, cercando un buon posto per riposare».
Sabato scorso, vicino casa di un suo amico, Mark è morto ancora. Stavolta senza possibilità di ritorno. Si è ucciso facendosi esplodere un colpo di pistola al cuore. Aveva quarantasette anni. E forse ha trovato finalmente il posto giusto per riposare. Chi lo sa.
Sul sito internet degli Sparklehorse, il nome della band sotto la quale c’era solo lui e qualche prestigioso collaboratore (Tom Waits, PJ Harvey), il giorno dopo è comparso un messaggio della famiglia con il quale veniva confermata la notizia. “Siamo grati del tempo che abbiamo passato insieme a lui - si legge - lo terremo per sempre nei nostri cuori”. Le parole, le celebrazioni, i ricordi che ognuno ha tirato fuori di lui: sono tutti avvolti nelle pieghe di una delicatezza e un pudore magico, quasi surreale. Scrive Patti Smith, celebre cantante americana: “Mark Linkous ci ha dato molte bellissime e scure canzoni. Erano come carbone compresso in diamanti e scintillavano nelle notti profonde come stelle impazzite nel mattino”. Steve Albini, uno dei più grandi produttori viventi: “Ho lavorato con Mark solo un paio di settimane, ma lui era la persona più aperta, sincera e semplice che abbia mai incontrato. Era completamente indifeso ed entusiasta delle cose che amava, lasciava ai musicisti con cui lavorava la libertà di essere creativi ed eccellere. Prima di vederlo al lavoro non ho pensato molto alla sua musica, ma durante queste sessioni mi ha tremendamente impressionato e davvero non vedevo l’ora di rivederlo per completare le registrazioni”.
Sembra di ascoltare per l’ultima volta, in queste parole tenere, una delle canzoni stralunate e dolcissime di Linkous: senza le quali si può certo vivere, ma al prezzo della sottrazione di una bellezza inutile e misteriosa, come sempre la bellezza è. «Ogni capello sulla tua testa è contato, tu vali migliaia di passeri», cantava. «Migliaia di battiti di ali per secondo, (…) impauriti, i nostri occhi possono essere impalati, dai loro taglienti e sottili becchi».
Kurt Cobain e Luigi Tenco
La sua musica - sì, gli Sparklehorse sostanzialmente erano lui - è di una profondità immobile e vicina al tempo sempre uguale a se stesso dell’essere. Dolce, scura, deliziosa. È capace di ammantare tutto dentro una patina di irrealtà: a volte desiderabile, a volte minacciosa. Sembra country, sembra rock, sembra blues, sembra jazz, sembra tutto: ma è un’altra cosa. Ti trascina fino a farti canticchiare come una qualsiasi melodia pop, eppure ti accorgi che le parole sono piene di immagini sconclusionate ma vivissime e hanno da invidiare nulla (o quasi) ai grandi autori come Bob Dylan e Bruce Springsteen. I suoni elettronici si rotolano insieme al pianoforte eterno, classico e sovrano, al punto che pure la più tecnica e fredda delle note suona figlia di una natura immacolata. Il circuito degli affari musicali, si capisce, lo considerava molto meno di quello che meritava. I titoli dei dischi come quello sopra riportato non lo aiutavano di certo a fare breccia nello show business. L’etichetta sotto cui mettere i lavori - Pop? Country? Rock? Indie? - era introvabile. E lui non era il tipo che cavalcava mode, emozioni del momento, sentimenti collettivi.
Cercò di fare successo sul serio solo all’inizio della sua carriera. Si trasferì a New York dalle campagne della sua natale Virginia, suonando con i Dancing Hoods. Ma si ritirò abbastanza presto dal proposito di fare soldi. Senza code tra le gambe, tornò da dove era venuto: nella campagna conservativa e orgogliosa degli Stati Uniti. Fuori dal casino del mondo, alla ricerca di quell’universo intimo e sperduto che è l’animo umano: così singolare, così uguale. Quello spazio raggiungibile solo dalla letteratura. Oppure, in seconda ipotesi, da quella speciale letteratura cifrata in note che è la canzone ai nostri tempi. Specchio dove tutti si possono riconoscere perché qualcuno ha saputo e voluto esplorarsi. In una sorta di avanscoperta generosa e solitaria che riesce a dare piacere e gioia a chi ascolta ma non priva di difficoltà e dolore per chi la fa. A pensarci bene, è un “uno per tutti” anche questo.
Mark Linkous, ovviamente, non è né il primo né l’ultimo di quelli che alla fine hanno scelto di togliersi di mezzo. Ingombranti, soprattutto per loro stessi, i musicisti rock (e non solo) hanno una speciale tendenza a uccidersi. Platealmente, sparandosi un colpo di pistola. Oppure dissimulandolo: in quello speciale suicidio a dosi che è l’assunzione di droghe e alcol in quantità smodate. Cosa ci sia sotto, è difficile dirlo. A volte si sa cosa c’è prima. Le parole, per esempio. Quelle che Kurt Cobain, cantante dei Nirvana e profeta del grunge, scrisse a moglie, figlia e fans prima di farsi esplodere un colpo di fucile in bocca: «È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente». Oppure il bigliettino che Luigi Tenco lasciò nella sua camera d’albergo prima di uccidersi anche lui, escluso dal Festival di Sanremo: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno”. Correva l’anno 1967. E forse è una fortuna che non ci siano più i Tenco di una volta. Sapete che carneficina con la canzone di Emanuele Filiberto e Pupo al secondo posto. Italia Amore Mio.
Ma il suicidio, in realtà, è una cosa seria. La sociologia, addirittura, pensava di aver trovato su di esso la sua «unica legge». Quella di Emile Durkheim. Il quale dedicò al tema, nientemeno, che un mattone caposaldo della disciplina. Va bene, Sant’Agostino considerava il suicidio un “misfatto detestabile”. Ma il filosofo francese Montaigne, invece, era convinto fosse proprio lì “la chiave della libertà”. Come lui, la pensarono anche molti ebrei che sapevano sarebbero finiti male, perseguitati dal nazismo com’erano: e allora piuttosto che consegnarsi nelle mani delle camice brune preferirono trapassare di spontanea volontà (facendo infuriare oltremodo Hitler, convinto che «spettasse solo agli ariani decidere quando e come dovessero morire»). Stessa sorte si diedero molti appartenenti al Partito comunista sovietico sotto Stalin. Il quale, anche lui, s’incazzò moltissimo per quell’arroganza di togliersi la vita da soli, manco gliel’avesse ordinato lui, esclamando che così «si può sputare per l’ultima volta sul partito». Sic!
Ma per tornare alla musica, c’è una canzone di Franco Battiato a proposito dell’ammazzarsi. S’intitola Breve invito a rinviare il suicidio E dice: «Va bene, hai ragione, se ti vuoi ammazzare. Vivere è un’offesa che desta indignazione, ma per ora rimanda. È solo un breve invito, rinvialo». Mark Linkous poteva ascoltare il maestro prima di fare quello che ha fatto. Ma ormai non c’è più tempo. Segno di libertà o misfatto detestabile che sia, non sta a noi il giudizio. Per quanto ci riguarda, preferiamo ascoltare il disco più bello degli Sparklehorse, It’s a wonderful life. È una vita splendida.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.








Commenti
Le 5 prove dell'omicidio di Luigi Tenco
La disinformazione porta a distorcere quello che è la realtà, come nel caso di Luigi Tenco, che scrive un biglietto di denuncia e questi viene fatto passare per biglietto d'addio. Ad oggi 17.000 italiani sostengono le 5 prove dell'omicidio di Luigi Tenco e credo che molte centinaia di pagine, scritte negli anni, sul cantautore diverranno presto "carta straccia".
Le 5 prove dell'omicidio di Luigi Tenco:
http://casotenco.laverdeisola.net