Nella terra dei veleni, al via le bonifiche. Forse

Alessandro De Pascale
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INQUINAMENTO. La Regione Campania ha finalmente approvato il piano per la Gestione integrata dei rifiuti speciali. Così dopo 800 milioni di euro stanziati, per mettere in sicurezza il territorio non ci sono più scuse.

In Campania esistono quasi 4.000 siti potenzialmente inquinati in attesa di bonifica. Discariche ufficiali e illegali, suoli e sottosuoli in cui risultano superati i valori di concentrazione delle sostanze pericolose ammesse dalla legge. Ma dopo anni di promesse, qualcosa finalmente si sta muovendo. La Giunta uscente di centrosinistra, guidata da Antonio Bassolino, ha finalmente approvato, il 24 marzo scorso, il programma per la Gestione integrata dei rifiuti speciali.
 
Le bonifiche non sono mai partite anche perché mancavano i siti di smaltimento e le infrastrutture dove portare i rifiuti tossici trovati in giro per la regione. Il nuovo programma approvato dalla Regione mercoledì scorso prevede proprio la realizzazione di queste infrastrutture necessarie: una piattaforma polifunzionale, un impianto dedicato alla termodistruzione dei rifiuti pericolosi, uno per quelli ospedalieri e la discarica per gli inerti da circa due milioni di metri cubi.
 
 
Così finalmente non ci saranno più scuse. Perché nonostante gli 800 milioni di euro pubblici stanziati, tuttora il suolo decontaminato è praticamente pari a zero. Fino al 2008 esisteva anche un commissariato alle bonifiche, guidato sempre da Bassolino, chiuso dal governo Prodi. Anche perché il Piano regionale di bonifica delle aree inquinate, realizzato dalla Regione, dall’allora commissariato e dall’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (Anpa), risale al 2005. Nel frattempo molti dei fondi stanziati sono stati utilizzati per la gestione dell’emergenza rifiuti. «Il rischio sempre presente è che nel business del bonifiche, visto il mare di quattrini, entrino le stesse persone che hanno inquinato i terreni: le società vicine alla camorra», spiega Michele Buonomo, direttore di Legambiente Campania.
 
La mancata bonifica del territorio secondo numerosi rapporti scientifici sta provocando un aumento dell’incidenza tumorale in alcune aree della Campania. E potrebbe essere solo l’inizio. Perché queste forme di cancro compaiono dopo 10-15 anni dall’inizio del periodo di esposizione ai veleni. Al momento l’unica cosa che viene fatta è il censimento delle aree inquinate. E, quando va bene, la loro caratterizzazione: analisi e carotaggi per stabilire quali agenti inquinanti sono presenti nei terreni e in che livelli.
 
«Non è ancora possibile calcolare quanti rifiuti pericolosi arrivino in Campania attraverso il circuito delle ecomafie - spiega l’assessore all’Ambiente della Regione Campania, Walter Ganapini - ma lo sapremo quando saranno effettuate le bonifiche». Per cercare i siti in cui sono stati smaltiti rifiuti radioattivi e speciali ormai si fa ricorso anche alle tecnologie. Le stesse utilizzate in Calabria, nel letto del torrente Oliva, per cercare i fusti delle navi dei veleni. La Forestale ha sorvolato la regione con un elicottero dotato di termocamera. Cerca la anomalie di temperatura nel terreno, come quelle provocate dalla presenza di rifiuti radioattivi.
 
E quando le trova interviene una squadra di terra con un magnetometro. Che invece rileva la presenza dei fusti sotto terra. Ma oltre al censimento e al sequestro delle aree, spesso i rifiuti individuati non vengono rimossi. Emblematico il caso di diverse cave del casertano piene di barili tossici. Oppure dei fanghi dei depuratori e delle ceneri degli inceneritori trovati nella zona di Aversa. Per non parlare del nuovo asse viario a scorrimento veloce che doveva collegare l’autostrada A1 con i comuni del Vallo di Lauro. I carabinieri di Nola avevano fermato nella zona diversi camion che trasportavano rifiuti pericolosi senza autorizzazione.
 
Così lo scorso gennaio sequestrano il cantiere della superstrada. Una delle vie di fuga progettate per l’evacuazione in caso di eruzione dal Vesuvio. Per gli inquirenti almeno 200mila metri cubi di rifiuti pericolosi, tra cui una quantità enorme di amianto, sono stati occultati sul terrapieno realizzato per costruire la sopraelevata. L’appalto dell’asse viario era stato vinto da una ditta di Roma che aveva poi subappaltato a un’impresa casertana, probabilmente vicina al clan dei Fabbrocino. Un episodio per nulla isolato.
 
Secondo un collaboratore di giustizia del clan dei Casalesi, anche l’Asse Mediano, un’altra sopraelevata a scorrimento veloce che collega l’A1 con il litorale casertano, sarebbe stato costruito su una montagna di rifiuti tossici. Il litorale casertano fa parte di un elenco di 50 siti di interesse nazionale (Sin), di cui cinque sono in Campania, la cui bonifica è di diretta competenza del ministero dell’Ambiente. Quell’area da bonificare è la più vasta d’Europa.
 
Comprende 80 comuni a cavallo tra le province di Napoli e Caserta per un’estensione complessiva di oltre 179mila ettari. Il tutto in un territorio che nei decenni scorsi è stato tra i più esposti al disastro ambientale provocato dalle ecomafie campane.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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