No agli abiti sporchi di sangue

Serena Salucci

INIZIATIVE. Clean Clothes lancia una campagna internazionale contro le multinazionali che sfruttano il lavoro.C

Ventuno operai morti bruciati e cinquanta gravemente ustionati e intossicati, questo il bilancio dell’incendio scoppiato il 25 febbraio scorso nella fabbrica tessile Garib & Garib Sweater Factory di Gazipur in Bangladesh. I sopravvissuti hanno raccontato di essere rimasti intrappolati nei locali invasi dal fumo, con le uscite di sicurezza chiuse a chiave, le scale bloccate dai materiali perché usate come magazzino, gli impianti di ventilazione insufficienti. Era il secondo incendio scoppiato negli ultimi sei mesi: ad agosto del 2009 era rimasto ucciso un pompiere e sette persone erano rimaste ferite.
 
Della tragedia si stanno occupando i sindacati e le organizzazioni internazionale in difesa dei diritti del lavoro, che chiedono una completa revisione delle norme di sicurezza nel settore. Il 7 marzo scorso i proprietari della fabbrica hanno erogato un contributo agli operai coinvolti nell’incendio pari a circa 2.000 euro, insufficiente a pagare le cure e a sostenere le famiglie fino a quando la fabbrica riaprirà, per questo è iniziata una battaglia per ottenere un giusto risarcimento e migliori condizioni di lavoro.
 
Per sostenere le rivendicazioni dei lavoratori l’organizzazione Clean Clothes Campaign, attiva dal 1989, ha lanciato ieri una azione di sensibilizzazione contro marchi della moda che si riforniscono da fabbriche del Bangladesh, dove dal 2000 si contano 230 morti e migliaia di infortuni. «Siamo di fronte a un fatto del tutto prevedibile ed evitabile, non un incidente» dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti e presidente dell’organizzazione equosolidale Fair.
 
«L’industria Bengalese è nota per il susseguirsi di tragici fatti come questo, a chiara testimonianza delle gravi carenze strutturali dell’industria tessile in materia di salute e sicurezza. Garib and Garib, che produceva per noti marchi come H&M e Teddy con marchio Terranova, non fa eccezione». Ed è proprio contro questi grandi marchi, che vendono in occidente i prodotti della deregolamentazione del lavoro, senza che gli acquirenti ne siano informati, che si rivolge la campagna di Abiti Puliti.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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