Ogni riccio un pasticcio
PERSONAGGI. Dai fatti di Genova all’inquinamento, dai problemi dell’informazione alle dolci ninne nanne. Ecco "Grand Hotel Cristicchi", un viaggio labirintico nelle stanze oscure dell’Italia.
Tra principi e meteore, l’ultimo Festival di Sanremo è stato anche quello della consacrazione del moderno cantastorie Simone Cristicchi, salito sul palco dell’Ariston dopo una rincorsa di tre anni, durante i quali è diventato padre, ha cantato con i minatori di Santa Fiora, si è prestato a collaborazioni e omaggi, ha raccolto i tanti stimoli (belli e brutti) che questo nostro Paese sa offrire. Un crocevia di storie ed esperienze su cui il musicista ha edificato un albergo, il Grand Hotel Cristicchi, come si intitola il disco appena uscito, primo lavoro a contenere anche un profilo puramente autobiografico.
«Finora mi ero sempre nascosto dietro favole e narrazioni, adesso in almeno tre brani ho fatto uscire fuori la mia intimità, anche con un certo imbarazzo - racconta -. Se si tratta del mio album migliore, forse è perché è anche il più sincero». Di certo, nel nuovo Cristicchi si avverte un atteggiamento di maturità e uno sguardo sulla realtà diverso, dovuto in buona parte alla nascita del figlio Tommaso: un evento che ha cambiato le prospettive dell’artista, che non cerca più il successo fine a se stesso, ma vive il proprio mestiere con una concentrazione maggiore, proiettata al domani.
Lo si sente nella ninna nanna “Insegnami”, dedicata al suo bambino, ma probabilmente anche in canzoni come “Meteora”, ironica riflessione sui successi istantanei dei talent-show e su come la foga di emergere nel presente bruci ogni investimento sul futuro, o in “Il pesce amareggiato”, incipit del disco, ambientato nelle fogne, in cui un piccolo pesce invoca aiuto per i disastri naturali operati da politici corrotti e imprenditori senza scrupoli. «L’inquinamento non è un tema facile da trovare nella musica, ma oggi è una questione davvero preoccupante. Ho affidato questo sos a un pesciolino che in parole povere grida: “Stiamo morendo, vedete un po’ che dovete fare!”».
Anche la sua voce rimbomba fra quelle del labirinto di malesseri messi in fila nelle stanze del Grand Hotel Cristicchi, affresco dei nostri “tempi velocemente immobili” (dal cancro della disinformazione, all’ansia di protagonismo, dal deturpamento del territorio alle false promesse della tv). Un pastiche riassunto nel brano sanremese “Meno male”, roboante e acido come pochi si sarebbero aspettati dal timido “fabbricante di canzoni”, che se una volta prendeva in giro Biagio Antonacci, ora tira fuori l’effetto Carla Bruni.
«C’è una certa continuità almeno nella forma - continua Cristicchi -. Prendo nomi noti al pubblico come pretesto per cantare d’altro: Biagio era la rabbia di ogni giovane che non riesce a emergere dalla saturazione mediatica, mentre il pezzo di Sanremo è un guazzabuglio di citazioni, informazioni e pensieri. Mi divertiva rappresentare la confusione presente in Italia in questo momento. Ovviamente, con la Bruni non ho niente di personale...». E per questo viaggio, il mondo Cristicchi cambia musicalmente, lasciando da parte l’elettronica e proponendo una sintesi tra rock, punk (un ritorno alle origini) e acustica. Dal vivo, nel tour che inizia il 9 aprile a Milano, sarà accompagnato dai musicisti classici del Gnu quartet e da elementi scenici che rimandano al concept del disco. «Il concerto è diviso in stanze, con cambi d’abito e di luci, oggetti che arrivano sul palco a seconda delle tematiche, per accompagnare visivamente e teatralmente l’esibizione».
Accantonato da qualche anno e già eseguito davanti a 300mila persone durante la manifestazione per la libertà di stampa, è arrivato anche un brano duro e sentito: “Genova brucia”. «L’ho scritta un paio d’anni dopo i fatti del G8. Racconta il punto di vista di un poliziotto esaltato e fascistoide: volevo far arrivare la violenza e la solitudine del personaggio. Forse mi creerà dei nemici, ma ci tengo a sottolineare che è basata su testimonianze vere». Il ragazzo coi ricci che ci porgeva una rosa mette in luce la sua faccia più impegnata, con onestà e senza sventolare bandiere, nonostante gli abbiano dato senza ragione del “dipietrista” e del “comunistone”. «Quando suono con i minatori di Santa Fiora, porto il fazzoletto rosso degli anarchici al collo - confessa - ma sono intoccabile: ho 14 omoni toscani che mi proteggono!».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







