Pensare un’Italia a ritmo reggae

Pierpaolo De Lauro
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MUSICA. A colloquio con Bunna e Madaski voce e anima degli Africa Unite. La band, dopo quattro anni dall’ultimo album, torna con Rootz. Un omaggio alle origini con gli occhi attenti sul presente.

Madaski e Bunna sono ormai due veterani, ne hanno suonate e cantate tante. Dopo quasi trent’anni con gli Africa Unite sono il simbolo del reggae italiano. Col nuovo album Rootz da un lato riscoprono le radici della loro musica, dall’altra ci raccontano la nostra attualità: dall’ambiente alla religione, fino all’informazione. Ma prima di iniziare a ballare sul ritmo delle loro vibrazioni si sono tolti un sassolino dalla scarpa con “Così sia”, brano apripista dell’album, cantandone due all’omofobia che vige nella scena reggae Giamaicana. «è un dato di fatto - spiega Madaski - e a noi sembrava doveroso dire la nostra in un ottica totalmente diversa più umana e intelligente. Visto che i gruppi giamaicani hanno il loro grosso business in Europa e in particolare in Italia ci sentiamo autorizzati ad accusare fortemente un tipo di atteggiamento che reputiamo bestiale».
 
Rootz, radici, è un titolo vi riporta alle origini?
Ripercorriamo le origini di quello che è il sound che ci ha appassionato rivedendolo trent’anni dopo. Rootz è più da intendere come un titolo un po’ ortodosso. Il sound è tipicamente ortodosso a livello reggae mentre il contenuto è molto attuale, purtroppo.  
 
Ne “Il movimento immobile” parlate di ambiente e dei danni che stiamo provocando.
è una valutazione piuttosto oggettiva di quello che succede. Alla fine nonostante si cerchino di fare dei piccoli passi avanti le grandi lobby continuano a controllare tutto e rimane un certo menefreghismo di fondo. Tutti pensano tanto non succederà qui o a me. è un po’ l’alibi che ognuno si crea e c’è questo movimento immobile che non riesce a dare i suoi frutti perché c’è una serie di cose che all’italiana vengono fatte solo di facciata. La canzone è molto allegra però va a sottolineare un tema scabroso, abbiamo cercato di renderla proprio in quel modo così ha una certa fruibilità e sottolinea ancora di più la forza di ciò che stiamo dicendo.
 
Bunna, sei l’autore di “Cosa resta”, un testo duro scelto provocatoriamente come primo singolo. Si perde l’allegria e resta il malcontento.
Anticipare l’uscita del disco con questa canzone ci sembrava una cosa che potesse far rumore, l’abbiamo definita un antisingolo. Non ha un ritornello che si ricordi. è quasi recitata e tutta l’attenzione è concentrata su quel che si dice. L’amarezza di fondo rappresenta in pieno il fatto che viviamo situazioni critiche e facciamo veramente poco per cambiare le cose. Fotografa la situazione che ci circonda, questo mondo in cui giorno per giorno perdiamo un pezzo di libertà, diritti che fino all’altro ieri erano fondamentali e rinunciamo troppo facilmente. La restrizione della libertà ce la fanno passare come fossero una cosa normale.
 
Il vostro sogno è poter fare un giorno un album senza una canzone così.
Sarebbe bellissimo, gli ultimi tre dischi sono stati abbastanza scuri, ma purtroppo la situazione è andata peggiorando. Sarebbe bello fare un disco solare per musica e lirica, vorrebbe dire che tutto sta cambiando, ma ho dei seri dubbi che possa succedere. Ce lo auguriamo.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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