In piazza con la Cgil
SCIOPERO. Non c’è futuro nelle politiche economiche che il Paese subisce, ma solo un miscuglio indigesto di elementi del passato: cemento, nucleare, precarietà. Non c’è ricerca, non c’è conoscenza, non ci sono le nuove energie e i nuovi lavori. Non c’è domani.
Quello di oggi è uno sciopero importante. è importante perché avviene in un paese colpito da una crisi economica congiunturale profonda che si innesta, accelerandone gli esiti disastrosi, in una crisi strutturale ormai decennale. E' importante perché non si scorgono, all’orizzonte di questo governo senza futuro, azioni e politiche che concedano il lusso della speranza. La speranza che il decennio che è giunto non sia latore, ancora, di perdita di produzioni ad alto valore aggiunto e quindi di indebolimento dei lavoratori e di peggioramento delle loro condizioni di vita. Non c’è futuro nelle politiche economiche che il Paese subisce, ma solo un miscuglio indigesto di elementi del passato: cemento, nucleare, precarietà. Non c’è ricerca, non c’è conoscenza, non ci sono le nuove energie e i nuovi lavori. Non c’è domani.
Ma lo sciopero di oggi è importante anche perchè trova il mondo del lavoro ancora più diviso, e quindi debole. In piazza c’è solo la Cgil a difendere il contratto collettivo e, ultima trovata del governo Berlusconi, l’articolo 18 sotto attacco nelle nuove misure contenute nel “Collegato lavoro” del ministro Sacconi. L’attacco sistematico e incessante al sindacato come l’abbiamo conosciuto, come struttura di contropotere in difesa dei lavoratori, procede. Al sindacato, nel disegno esplicito di questo tempo, è concesso solo un ruolo di erogatore e gestore di servizi.
Svuotate dall’interno, per le organizzazioni di lavoratrici e lavoratori, è previsto solo un ruolo da figuranti nella Storia. Non più di protagonisti. Questo lento omicidio avviene quotidianamente nel silenzio.
Oggi, però, no. Ci vediamo in piazza.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






