Privatizzazioni, ecco Difesa spa
PROTESTA. A breve il governo nominerà il cda. La denuncia dei cittadini e la preoccupazione dei sindacati di base.
L'effetto boomerang non si è fatto attendere: dopo la Protezione civile spa è finita in questi giorni sotto il mirino dell’opposizione anche la Difesa servizi spa, società per azioni in house al ministero della Difesa, nata con l’ultima legge finanziaria. Quest’ultima privatizzazione permette, tra le altre cose, di vendere il patrimonio dell’esercito senza dover rendere conto ad altri ministeri né agli enti locali, costruendoci su, se si vuole, anche una bella discarica.
Peccato che l’allarme fosse stato lanciato dai sindacati di base e da alcuni attenti lavoratori già prima dell’estate scorsa, solo che, come moderne Cassandre, nessuno gli aveva dato ascolto. Il processo di privatizzazione dell’amministrazione pubblica e dei vari ministeri, del resto, era già cominciato tempo prima con la Sogesid spa, società in house al ministero dell’Ambiente, per esempio. Anche in quel caso i sindacati hanno protestato e la politica ha fatto orecchie da mercante.
A giorni il governo dovrebbe emanare il decreto ministeriale per la nomina del consiglio di amministrazione (otto membri di scelta ministeriale) e del collegio sindacale della nuova società e da più parti la richiesta di uno stop si è fatta incalzante. Il ministro La Russa, secondo l’opposizione, dovrebbe almeno rendere noti i criteri in base ai quali sceglierà le persone del cda e proprio su questo punto nei prossimi giorni il Pd ha annunciato che presenterà un’interrogazione parlamentare. Anche perché quella della Difesa è una partita che vale dai 3 ai 5 miliari l’anno di spesa pubblica. «Applicare criteri privatistici in un’amministrazione delicata come quella della Difesa è un’operazione che ci preoccupa molto», afferma Massimo Solferino, dell’RdB P.I. Difesa.
«Nei testi legislativi presentati in materia dal 2008 vengono unite particolarità tipiche delle aree militari, in cui viene riconosciuta una sorta di extraterritorialità, ad attività commerciali, come quella della produzione di energia, che normalmente rispondono a criteri completamente diversi. In questo senso l’energia elettrica potrebbe diventare un bene a controllo militare e proprio una delle norme già approvate parla di strutture di produzione energetica a fini strategici, definizione con cui si identifica la realizzazione di centrali nucleari». Precisa Solferino: «Non pensiamo che per realizzare questi servizi ci sia bisogno di una struttura militare trasformata in spa. Il fatto poi che questa trasformazione avvenga con quattro norme inserite in Finanziaria, senza discussione parlamentare, senza che queste stesse norme precisino esattamente compiti e funzioni della Difesa servizi, ci allarma molto».
«Inoltre la trasparenza e la comunicazione su tutta questa operazione è stata insignificante - sottolinea il rappresentante RdB -. Una delle attività di Difesa servizi spa include infatti la promozione per la vendita di armamenti attraverso Finmeccanica, mentre la nostra legislazione attribuisce allo Stato controllo delle aziende private di armamenti. Per tutte queste ragioni auspichiamo che da parte del Parlamento arrivi un fermo a questa trasformazione, così come è avvenuto per la Protezione civile spa», conclude Solferino. Uno degli aspetti più preoccupanti della privatizzazione è che la Corte dei conti potrà intervenire solo in caso di comportamenti penalmente rilevanti e le interrogazioni parlamentari non potranno più essere usate per far chiarezza sull’utilizzo dei siti delle Forze armate. Inoltre, non si capisce bene cosa potrà succedere se la nuova spa dovesse andare in perdita.
Uno dei punti che preoccupa di più gli ambientalisti è che la nuova spa potrebbe far costruire anche centrali nucleari, oltre che discariche e inceneritori, all’interno delle caserme o dei terreni dell’esercito, senza dar conto alle amministrazioni locali e alla cittadinanza. La nuova spa si occuperà, inoltre, delle sponsorizzazioni, ovvero troverà altri privati che vogliano investire nelle missioni della Difesa.
Un primo assaggio di quello che potrebbe succedere è stato l’invio della portaerei militare Cavour ad Haiti, finanziata per il 90 per cento da privati come Finmeccanica, Fincantieri ed Eni, che potrebbero anche sedere nel cda della neonata società. Una spedizione costosa e lenta, che ha suscitato non poche polemiche: circa 200mila euro al giorno per tre mesi di viaggio. Una pubblicità, però, senza dubbio molto importante per chi ha nella propria mission anche quella di vendere armamenti.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







