Provaci ancora, Jeff. Cuore matto d’America
CINEMA. Merito completo va alla prova d’attore di razza di Jeff Bridges e al suo significato per una delle carriere più autentiche nel tritacarne Hollywood.
Un bowling d’altri tempi, il bancone di un bar e Jeff Bridges che fa il suo ingresso in scena. «Mister Lebowski - pensi con le lacrime agli occhi e un sorriso ebete - sei tornato finalmente!», porgendogli un bicchiere di white russian. Lui però preferisce un whisky doppio. L’effetto rimpatriata è un’illusione voluta, ma lo spettatore nostalgico se lo fa somministrare piacevolmente, almeno durante l’incipit dell’appena uscito Crazy heart, film che è in effetti tutt’altra cosa rispetto al monumento dei fratelli Coen.
Eppure c’è una corda sensibile che viene toccata apposta perché dolci echi del passato risuonino nel petto di tutti. Merito completo va alla prova d’attore di razza di Jeff Bridges e al suo significato per una delle carriere più autentiche nel tritacarne Hollywood. Forse cannibalizzato dalla vestaglia di Lebowski (ha comunque recentemente dichiarato la sua disponibilità per il sequel) e costretto a rimandare fino ai 60 anni il momento dell’effettiva consacrazione, Bridges si è guadagnato, grazie ai panni del musicista country decaduto e alcolizzato Bad Blake, il meritato Golden Globe e forse, tra qualche giorno, anche un glorioso Oscar: più che di un premio al presente, si tratta di un riconoscimento a furor di popolo, una stella appuntata sul petto di un artista prodotto dall’industria del cinema, che nessuno ha mai considerato “prodotto”.
Piuttosto un amico sincero, capace di pacche sulle spalle, in mezzo a un mare di problemi o a un viaggio lisergico. Se il tono sembra quello di un epilogo di carriera, è perché il nostro incarna, in Crazy heart, la fine temuta da ogni artista: essere l’ultima stella cadente di un mondo che non c’è più, che si danna per tirare a campare e che, quando incontra un motivo per rialzarsi (un’amabile ragazza madre), ce la mette tutta. E il già citato effetto rimpatriata, fatto di reumatismi, bottiglie scolate e cieli azzurri dell’America on the road, passa a noi attraverso i comprimari della redenzione di Bad Blake: l’immortale Robert Duvall, barista che lo sorregge nello sconforto, l’astro nascente del country (Colin Farrell) che deve tutto al collega più attempato e la bella di turno (la Gyllenhaal), con cui scoppia un amore difficile, a causa della differenza di età e del vizio inestinguibile dell’alcolismo.
Un’operazione di riabilitazione perfettamente riuscita, corale e mai autoreferenziale, neanche quando si finisce fuori strada nei thumbleweeds tra Santa Fe e Houston. E poi, a far sobbalzare ogni cuore (pazzo o meno), c’è la musica, con Bridges strepitoso attore-cantante e il produttore T-Bone Burnett a mettere il suo ennesimo suggello su tutta la colonna sonora e sul brano da brividi “The weary kind”, intepretato dal trentenne Ryan Bingham e già con l’Oscar in tasca. Come, si spera, il buon vecchio Lebowski.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







