Quel sogno serio svanito al novantesimo
Fu un Chievo a metà, sebbene definirlo tale potrebbe indurre nell’errore di ridimensionare l’impresa che l’Albinoleffe sfiorò nella stagione 2007-2008, quando perse la finale dei playoff per un posto in serie A contro il più avvezzo Lecce. Per una rete appena, zero a uno in casa e pareggio di misura in Salento. Oggi la storia di questa squadra, che non è neppure capoluogo di provincia ma rappresentativa della bergamasca Val Seriana, è Un sogno serio, lungometraggio a opera di Andrea Pellizzer, che sarà presentato questa domenica nel Bergamo film meeting, prima di approdare in concorso all’International football film festival di Berlino dal 13 al 17 marzo.
«L’idea partì quasi per caso nel 2008: una piccola società in testa alla classifica e vicina ad arrivare in serie A - spiega Pellizzer, milanese e prossimo trentottenne -. Un giorno seguimmo la trasferta a Pisa e notammo davvero qualcosa di diverso. Innanzitutto il numero dei tifosi seriani, pochissimi; e poi il loro comportamento. Vedemmo che si scambiavano i panini con gli avversari a Campo de’ Miracoli in un clima da gita in torpedone. Singolare, perché era l’epoca dei grandi scontri tra forze dell’ordine e tifoserie». La cronaca sportiva registrò la sconfitta dell’Albinoleffe, che tuttavia mantenne la testa del torneo per poi perderla a favore del Chievo poi promosso. La celeste giocò la seconda parte del campionato con rendimento altalenante guadagnandosi comunque l’accesso ai playoff. Bene con il Brescia, sfortunata come detto con il Lecce.
«Con il gruppo di lavoro seguimmo la squadra dall’inverno sino allo spareggio in Puglia - ricorda il regista - e lì, nell’ultima giornata della stagione, assistemmo a qualcosa di unico. Al fischio finale, che sanciva la fine del sogno di arrivare in A, il capitano Ivan Del Prato si avvicinò ai tifosi per dare la sua maglia». Era l’ultima gara di una carriera molto lunga, iniziata nelle giovanili dell’Atalanta e proseguita in categorie minori fino alla nascita dell’Albinoleffe, nel 1998. Lasciava a quarant’anni esatti, con il rammarico di avere perso l’occasione di giocare nel massimo torneo per un gol appena. Oggi Del Prato è uno dei quattro protagonisti del film e voce narrante di quella esperienza unica.
«Gli altri sono una giornalista locale che seguiva ogni partita con una piccola videocamera e due tifosi, un pensionato e un ragazzo. Al di là dell’impresa sportiva, abbiamo raccontato la valle e una realtà calcistica senza pressioni: tifosi che non impongono risultati, progetti e gestione attenta, rilancio di giocatori infortunati o messi in ombra». Uno su tutti, Federico Marchetti, reduce da un grave infortunio nel Torino e che lì trovò la dimensione giusta per ripartire. Una gestione soltanto simile a quella del Chievo, perché il suo proprietario Campedelli ha risorse per impostare una campagna acquisti seppure modesta.
Gianfranco Andreoletti, presidente dell’Albinoleffe e persona schiva, aveva invece dalla sua l’esperienza come giocatore e relativo fiuto. E forse un elemento in più, come sostiene Pellizzer: «Non so quanto abbia influito in quell’annata meravigliosa, ma su trenta giocatori in rosa, almeno quindici erano originari della provincia di Bergamo». Praticamente una famiglia allargata.







