Scorsese e i deliri noir di Shutter Island
CINEMA. Noir psicologico ad alta tensione, le scenografie tetre e quasi orrorifiche del manicomio criminale, insieme alla sensazione di claustrofobico isolamento che ci trasmette l’isola, servono al regista per fornire la rappresentazione della progressiva immersione nella follia umana, come ragione che si perde nei labirintici pensieri di una mente malata.
E' il 1954, isola di Shutter Island. Due agenti federali, Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo), sono in missione sull’isola, per indagare sulla scomparsa dal manicomio criminale, Ashecliffe, di una pericolosa assassina, l’infanticida Rachel Solando. Determinato a scoprire la verità, Daniels si ritroverà fin da subito immerso in un’atmosfera di sospetti e cospirazioni, che lo porteranno a non fidarsi soprattutto del dottor Cawley (Ben Kingsley), direttore dell’istituto, e del suo assistente, il dottor Naehring (Max Von Sydow). Completamente immerso nell’indagine, per scoprire la verità, l’agente federale comincia a sospettare della reale natura dell’istituto criminale, come luogo degli orrori in cui ex ufficiali nazisti compiono esperimenti violenti sulla mente umana. Nel frattempo anche per Daniels riaffiorano i ricordi di un passato traumatico e violento.
Attraverso uno stile che volutamente si ispira al cinema espressionista tedesco della prima metà del secolo scorso, da Fritz Lang a Friedrich Murnau, e un’atmosfera che in molte scene cerca di ricreare la sensazione di disorientamento e distorsione della realtà tipica dei film hitchcockiani, Scorsese torna a indagare le origini di una natura umana violenta e sofferente. Noir psicologico ad alta tensione, le scenografie tetre e quasi orrorifiche del manicomio criminale, insieme alla sensazione di claustrofobico isolamento che ci trasmette l’isola, costantemente battuta dalla tempesta, servono al regista per fornire la rappresentazione della progressiva immersione nella follia umana, come ragione che si perde nei labirintici pensieri di una mente malata.
Basato sul romanzo di un apprezzato scrittore come Dennis Lehane, autore anche del pluripremiato Mystic River, il plot si basa su ripetuti colpi di scena che tentano di alimentare il disorientamento di chi guarda, imponendo continui cambi di prospettiva allo spettatore. Ma, purtroppo, l’interesse del film finisce qui. A parte il fascino di una fotografia impeccabile (di Robert Richardson) e di un’ambientazione (dell’espertissimo Dante Ferretti) costantemente immerse nell’oscurità, è lontano il coraggio di chi, come il regista di Taxi driver, oltre a sedurre lo sguardo, riusciva a immergersi intimamente nelle angosce e nelle ossessioni dell’animo umano. I suoi personaggi e le sue storie, conseguenza di un’intuizione profonda dei rapporti tra gli uomini, gettavano uno sguardo inedito sulla violenza della società americana e sulle sue conseguenze.
Oggi l’eleganza formale non riesce a nascondere il vuoto di un’immagine che non è più in grado di guardare in profondità nei deliri e nelle ossessioni dell’uomo moderno.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







