Se la ricerca è precaria

Ylenia Sina

DENUNCIA. L’Italia è l’unico Paese europeo dove, negli ultimi 8 anni, la spesa è sempre diminuita. Mentre all’estero finanziamenti e produttività continuano a crescere. Il punto in un convegno promosso dalle Rdb.

La ricerca pubblica è un bene comune. O, almeno, dovrebbe esserlo. In Italia, infatti, un ricercatore su due è un precario. è proprio questo il tema affrontato da un convegno organizzato dalla Federazione Nazionale RdB e dal Centro studi trasformazioni economico-sociali nell’aula Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità a Roma. Per descrivere lo stato della ricerca pubblica in Italia e tentare di definire il ruolo che questa dovrebbe svolgere nell’attuale contesto economico e sociale si sono confrontati l’astrofisica Margherita Hack, il direttore del Cestes, Luciano Vasapollo, il dirigente di ricerca Ispra con un incarico presso l’Onu, Ezio Amato, che è intervenuto con un contributo video perché in Kuwait, registrato prima di partire sul tetto dell’Ispra, Claudio Argentini, ricercatore, e Michele Romanelli, senior scientist all’università di Oxford.
 
«Questo incontro - spiega Cristiano Fiorentini della Federazione nazionale RdB - non è dedicato a una discussione generica sullo stato della ricerca in Italia ma vuole rilanciare la necessità di una ricerca pubblica che produca una conoscenza al servizio di tutti e non degli interessi privati». Punto di partenza della discussione l’idea che la ricerca, producendo conoscenza, è in grado di generare ricchezza non solamente economica ma anche culturale, legata ai bisogni e alle necessità della collettività. «Per fare questo è necessario opporsi all’ondata di privatizzazione, che ha colpito tutti i servizi pubblici», spiega Luciano Vasapollo, «e che mette il sapere al servizio del profitto e delle imprese private».
 
D’altra parte, come ha spiegato il direttore del Cestes, «l’Italia è uno dei Paesi che investe meno nella ricerca e questo porta moltissimi “giovani cervelli” a fuggire all’estero non per inseguire un sogno, ma per fare semplicemente il proprio lavoro». Il nostro Paese, infatti, è l’unico in Europa in cui negli ultimi 8 anni la spesa per la ricerca è diminuita e il 57% dei ricercatori è precario. Così, uno di questi “cervelli”, Michele Romanelli, fuggito in Inghilterra, per la precisione ad Oxford, è la dimostrazione di come «la disattenzione dei governi italiani verso questo settore porta, inevitabilmente, a un senso di insoddisfazione per molti ricercatori, dovuto ai bassi livelli retribuitivi e a un’esistenza perennemente precaria, che si traduce in risultati sempre minori in campo scientifico».
 
Se a questo aggiungiamo «la volontà, da parte del governo di relegare a ruoli di comprimari gli istituti di ricerca come avvenuto, ad esempio, con l’Ispra - ha spiegato l’astrofisica Margherita Hack - impedendo a questo ente di fare prevenzione ambientale, in un territorio come l’Italia a perenne rischio idrogeologico, dove franano intere montagne e le emergenze sono all’ordine del giorno, è evidente come siamo in realtà in una situazione di vero e proprio degrado». Pertanto, l’unica soluzione dovrebbe essere «la disobbedienza civile e la lotta, come dimostrato proprio dai ricercatori dell’Ispra».
 
Da qui la proposta di Cristiano Fiorentini di istituire un comitato permanente per la difesa della ricerca pubblica «capace di rendere ricercatori e lavoratori del mondo del sapere e della cultura soggetti attivi senza più la necessità di delegare ad altri».  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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