Un Oscar contro la mattanza
POLEMICHE. In Giappone partono azioni legali contro la distribuzione del lungometraggio sulla caccia ai delfini
“The cove”, vincitore a Los Angeles dell’Academy award. I produttori si difendono: «Una pratica violenta e insensata».
Affermazioni non scientifiche, pronunciate senza alcun rispetto o comprensione verso le tradizioni culturali della regione. Questa l’accusa che il sindaco di Taiji muove ai realizzatori del lungometraggio “The cove”, vincitore domenica scorsa a Los Angeles dell’82esima edizione del prestigioso Academy award. La Cooperativa dei pescatori di Taiji, dal canto suo, non esita a liquidare il film come ecoterrorismo. «Ancora una volta questi intrusi hanno sostanzialmente diffuso false informazioni, stravolgendo sia la realtà di una secolare tradizione di pesca, sia la verità sulle loro azioni, presumibilmente con lo scopo di crearsi nuove opportunità per la raccolta di fondi».
La caccia ai delfini, sostengono, è assolutamente in linea con le leggi nazionali e internazionali ed è regolata da quote fissate dal governo su base scientifica. Varie azioni legali sono partite contro i realizzatori del documentario, nel tentativo di bloccarne la distribuzione in Giappone. Ma la pellicola sarà quasi certamente nelle sale il prossimo aprile. «Noi mostriamo il film perché i giapponesi decidano con la propria testa sulle varie questioni. - ha dichiarato Norio Okahara, direttore della casa distributrice Medallion Media - C’è da sollevare un dibattito e questo film è l’occasione per farlo». Per il momento “The cove” è già un cult in Nordamerica, avendo conquistato il premio Oscar come miglior documentario del 2009 dopo aver incassato il premio del pubblico al Sundance film festival, massimo happening del cinema indipendente. Per avere un miracolo simile in Italia, una canzone dovrebbe vincere contemporaneamente il Premio Tenco e il festival di Sanremo.
Il film racconta l’annuale caccia ai delfini nella piccola baia di Taiji, sulla costa pacifica del Giappone, e svela attività venatorie sconosciute persino ai giapponesi, pratiche alimentari pericolose e la presenza di interessi innominabili. Ma la vera forza di quest’opera è la storia nella storia, la cronaca della battaglia quotidiana contro i pescatori e le autorità locali, impegnati con ogni mezzo a nascondere, occultare, negare la verità. «Arrivarono in cerca di una storia e trovarono un’avventura», recita il trailer. Nell’impossibilità di ottenere i permessi, gli operatori hanno forzato i segreti della baia con l’inganno, facendo ricorso a trucchi al limite dello spionaggio e sfidando le reazioni violente dei locali per poter fissare le immagini su pellicola. Più che un documentario ne risulta un thriller, un prodotto talmente avvincente che la rete televisiva Animal planet ne vuol trarre uno show dal titolo “Guerrieri dei delfini”. Sono già pronte due puntate delle quali è mattatore Ric O’Barry, membro del cast di “The cove” e personal trainer dei cinque delfini protagonisti negli anni Sessanta della popolare serie televisiva Flipper.
Nel cast di “The cove” figurano anche l’attrice australiana e attivista di Greenpeace Isabel Lucas, che ha lavorato con Steven Spielberg, e l’attrice e cantante di origine italiana Hayden Panettiere, a lungo sotto contratto con la Disney. Inoltre la canadese pluricampionessa del mondo di apnea Mandy-Rae Cruickshank, il famoso biologo ambientalista statunitense Roger Payne e il presidente dell’associazione animalista Sea Shepherd, il canadese Paul Watson. Una squadra piuttosto sbilanciata in favore degli animali e della cultura occidentale, non c’è dubbio. Eppure la storia fluisce senza moralismi o posizioni ideologiche, senza giudizi né a favore né contro. Si parla di caccia, di violenza, di sostenibilità dell’economia, di prodotti alimentari contaminati da mercurio distribuiti nelle scuole. Viene mostrata la facciata di un villaggio che si dichiara amico dei delfini, la cui immagine “ridente” adorna case e piazze, e che in realtà ne macella a decine di migliaia tra settembre e marzo di ogni anno, ricavando almeno 500 euro di carne da ciascuno di essi. Il film si limita al racconto, saranno gli spettatori a giudicare.
Fatto è che ovunque sia stato proiettato, dall’Australia all’America, il documentario ha sollevato un vespaio. E anche quei pochi che ad oggi l’hanno visto in Giappone sono rimasti increduli davanti a ciò che nessun politico vuole ammettere: la caccia ai cetacei è violenta, non necessaria all’economia e non sempre adatta all’alimentazione. Essa è parte della millenaria tradizione giapponese e si esprime in un ben radicato immaginario collettivo fatto di canti, danze, leggende e artigianato. Difenderla significa resistere all’aggressione culturale nordamericana e all’imposizione di valori morali da parte dell’Occidente. Ma la grancassa della disinformazione è utile al successo della politica e gli argomenti messi in campo per giustificare e consentire spesso rasentano i limiti dell’insensatezza. Come nel sostenere che i delfini distruggono le reti dei pescatori e servono decine di migliaia di euro per ripararle.
Meglio uccidere i delfini, che in più divorano grandi quantità di pesce, mettendo a rischio le risorse ittiche a disposizione dell’uomo. Millanterie a parte, le domande sollevate dal film vengono spesso rispedite al mittente a giusta ragione. Per quale motivo, si chiedono in molti, i ricchi americani si preoccupano tanto dei delfini quando poi divorano manzi e maiali senza alcun rimorso? Il morbo della mucca pazza e la febbre suina non valgono la contaminazione da mercurio? «Non lamentatevi dei problemi degli altri quando poi non prestate attenzione ai vostri - si leggeva su un forum - È strano che vogliate forzare gli altri a fare quello che voi stessi non fate».
Nemmeno mancano argomenti che potrebbero condurre a un dialogo costruttivo. «È una precondizione dare ai pescatori un’alternativa. Non funziona dire semplicemente “Smettetela perché è un peccato”, se poi questi non hanno o non conoscono un’altra maniera di guadagnarsi da vivere. Suona uguale che dire “Dovete morire voi al posto dei poveri delfini”». Dare risposta a simili domande sarebbe già un grosso passo avanti in favore dei delfini.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






