Un passato che racconta il presente
MUSICA. Un omaggio a Sacco e Vanzetti, black music anni Settanta e un piglio da cantautore. Ecco il mondo di Kento, un viaggio sonoro lungo le ingiustizie del nostro mondo.
Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti, due nomi simbolo delle ingiustizie del potere. Due uomini che tornano a rivivere nelle note di Kento. Questa volta, però, lo sfondo non è rappresentato dagli Stati Uniti degli anni Venti, ma dala Calabria di oggi. Musica, quella di Kento, che con Sacco o Vanzetti, suo debutto solista dopo varie esperienze nel mondo dell’hip hop, parte dal passato, con ampi riferimenti che si possono rintracciare nei libri di storia del Novecento ma che ci raccontano il nostro presente, i soprusi quotidiani ma anche le speranze per costruire un mondo nuovo.
Com’è nata l’idea?
Ho conosciuto la vicenda di Sacco e Vanzetti grazie al cinema, con il film del ’71 di Giuliano Montaldo. A prima vista sembra una storia antica, in realtà è molto attuale. Se ci pensi sono molti i temi della vicenda di Sacco e Vanzetti ancora attuali: giustizia, pena di morte, diritti degli immigrati e lotta al capitalismo.
Altro riferimento storico è il pezzo “Stalingrado” dove la musica diventa “l’ultima trincea”.
Ogni forma di espressione è l’ultima trincea nei confronti della massificazione e del pensiero unico. Quando abbiamo una possibilità di esprimerci dobbiamo utilizzarla per riprenderci gli spazi che ci sono stati tolti, così com’è stata ripresa Stalingrado.
In “Nel mio mondo” fai un mix tra riferimenti alti e cultura pop, da Star Wars a Martin Luther King, come nasce?
è un pezzo che si è scritto da solo, sono stato a lungo incerto se inserirlo o meno. Dal punto di vista formale è il più rozzo di tutti, ma è piaciuto molto. Il senso del mix è dato dal fatto che noi esseri umani del 2010 non siamo isole ma siamo sottoposti a tutta una serie di sollecitazioni e riferimenti culturali sia alti che relativi alla cultura popolare. Da ognuno di essi possiamo trarre qualcosa, non in maniera banale o acritica, ma semplicemente scegliendo cosa cercare di cambiare o rifiutare. è un pezzo molto istintivo in cui miro a comunicare attraverso le immagini.
Il tuo è un rap molto vicino al cantautorato, denso e con un parlato chiaro.
è un paragone che mi onora. A casa mia si ascoltava molto Guccini, Tenco e De André. La vena folk di Guccini la trovo vicina all’immediatezza del rap, così come sono molto ispirato dalla musica folk calabrese. Questa è la mia via all’hip hop che utilizza strumenti culturali che arrivano dall’America e dalla Giamaica ma non rinnega, anzi riafferma ancora più forte, la nostra italianità e il mio essere in particolare calabrese. Dal punto di vista musicale è un omaggio alla black music degli anni Settanta, dal funk al soul, al reggae. Oltre alla parte campionata c’è tanta musica suonata.
Nei tuoi testi utilizzi poco il dialetto.
Volevo fare un disco in italiano per parlare a tutti ma questo non significa che rinnego il dialetto. è una scelta legata a questo disco. Anzi invito a non dimenticare il dialetto. Il poeta siciliano Ignazio Buttitta diceva “un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua”.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







