Una condanna chiamata Italia per un migrante in cerca d’aiuto
IL CASO. Fuggito dalla Nigeria, il giovane Mohammed arriva in Italia per cercare di rifarsi una vita. Le autorità però
non gli consentono di chiedere asilo politico, perché la domanda non è stata presentata al momento dell’ingresso.
Tranne per il nome di fantasia, è una tragedia vera quella di Mohammed. La ricorda bene, Ernesto Ruffini, l’avvocato che volontariamente ha fatto di tutto per difenderlo dall’ingiustiza nazionale. Sbarcato da poco in Italia, ad agosto Mohammed si aggira esplorando curioso i giardini della città. Una signora si insospettisce e chiama i carabinieri. Non faticano molto gli agenti a bloccare quel ragazzo minuto. I problemi iniziano al comando. Lì, infatti, Mohammed dà in escandescenza: mette a soqquadro gli uffici e si getta contro chiunque gli capita a tiro. Preso dal panico cerca di sfuggire ai suoi “carcerieri”, col risultato che alcuni carabinieri restano feriti. Non c’è verso di calmarlo. Lo stato di agitazione prosegue fino all’arrivo del 118.
Un intervento farmacologico pone così fine alla crisi del ragazzo nigeriano. Ma dà l’avvio a un’odissea che pochi conoscono. Tranne i volontari dell’associazione “A buon diritto”, che lo attendevano per il processo relativo all’accusa di immigrazione clandestina che si sarebbe dovuto svolgere dinanzi al giudice di pace penale. «Sembra - ricorda Ruffini - che nonostante fosse stato sedato, continuasse ad agitarsi e a urlare». Dopo molte ore, l’avvocato era ancora lì ad aspettarlo. Alle 15.30, finalmente viene condotto in aula. Giungono anche alcuni militari della polizia penitenziaria. Che lo avvertono: «Avvocato, non vuole uscire dal furgone e si è spogliato nudo. Veda se riesce lei a farlo ragionare». A quel punto Ruffini entra nel furgone e trova dietro le sbarre un ragazzo più giovane di lui, con le manette ai polsi e i ceppi ai piedi scalzi, con le sole mutande addosso. Da quell’angolo, rammenta, arriva un fetore nauseabondo: «Mi avvicino e scopro che il ragazzo se l’è fatta addosso. Chiedo agli agenti di aiutarlo a vestirsi, ma hanno solo una maglietta. Così, con addosso solo le mutande e la maglietta e a piedi nudi lo accompagniamo dentro l’edificio e poi fino all’aula d’udienza».
Si immagini la scena. Il ragazzo mezzo nudo, giudice e avvocati con la toga. Il Giudice concede a Ruffini qualche minuto per parlare con Mohammed. Arriva l’interprete. «Gli domandiamo: “Perché sei in Italia?”. Mi guarda con aria a sua volta interrogativa, come se la sua condizione non fosse già evidente senza la necessità di umiliarlo ancora. Guarda l’interprete e poi, rivolgendosi nuovamente a me, mi dice: “Sono venuto in Italia per chiedervi aiuto, per mangiare e per vivere la mia vita”. In tribunale cala il silenzio. Restano tutti ammutoliti. L’avvocato prova a far presente al giudice che «ci trovavamo di fronte ad uno di quei casi in cui, con ogni probabilità, lo straniero potrebbe richiedere asilo».
Le cose però non andranno così. È stato condannato. Perché? Semplice, la domanda di asilo occorre farla quando si arriva in Italia e non durante il processo. Lui non l’aveva presentata. «Da quello che ci ha raccontato - conclude Ruffini - era scappato dal centro di accoglienza di Lampedusa e da quel momento aveva continuato a fuggire, fino al giorno in cui ci siamo conosciuti in aula. Lui mezzo nudo e incatenato, io con la toga di raso e velluto nero addosso».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






