Verdi, il piano per Fiat

Alessandro De Pascale

ECONOMIA. Nelle città italiane ci sono decine di migliaia di vecchi autobus inquinanti. Con otto miliardi di euro si rilancerebbe il trasporto pubblico, salvando Termini e Pomigliano con una riconversione ecologica.

La soluzione per frenare la crisi del settore auto esiste già. A livello industriale i tempi sono ormai maturi. I Verdi chiedono da anni di produrre mezzi utili, riducendo l’inquinamento e aumentando il trasporto pubblico. Il problema semmai è politico. Perché per farlo serve una scelta coraggiosa del governo. «Basterebbe riconvertire le fabbriche di auto ad impianti per la produzione di tram e autobus ecologici e prevedere un piano nazionale per il trasporto pubblico da otto miliardi di euro», spiega il presidente dei Verdi Angelo Bonelli.
 
Che poi aggiunge: «Potrebbe essere la soluzione per salvare posti di lavoro oggi a rischio. I fondi ci sono, potrebbero essere quelli del Ponte sullo Stretto di Messina, un’opera inutile e costosa». In questo modo in stabilimenti come Pomigliano d’Arco e Termini Imerese, si potrebbero salvare i posti di lavoro. Oppure evitare la cassa integrazione che dal 20 al 26 maggio, fermerà tutte le produzioni di Mirafiori, uno stabilimento da 5.200 dipendenti. L’ultima è stata annunciata ieri, sempre a Torino. Per altri due giorni (22 e 23 aprile) si fermerà la linea della Punto-Musa-Idea. Dal 14 aprile al 2 maggio sarà invece la volta di Termini Imerese. Nel 2007 nelle città italiane circolavano 18.800 autobus. Sostituendo anche solo il 40 per cento del parco più inquinante con bus elettrici, sarebbero ben 7.500 quelli da cambiare, rilanciando il settore.
 
Perché anche solo mille nuovi bus elettrici l’anno garantirebbero in tutta la filiera dai 750 agli 850 dipendenti. Nelle città verrebbe così aggredito una volta per tutte lo smog, migliorando la qualità della vita dei cittadini. Fabio Massimo Frattale Mascioli, insegna alla facoltà di Ingegneria alla Sapienza di Roma. Inoltre è responsabile scientifico del Centro di ricerca per la mobilità sostenibile della Regione Lazio (Pomos). Frattale Mascioli non ha dubbi: «Al posto degli incentivi bisogna puntare sulla qualità». E visto che un utilizzo in massa della bicicletta, non è ipotizzabile «servono auto sostenibili ed efficienti per i privati».
 
Convertendo con veicoli elettrici il trasporto pubblico. «Una soluzione già utilizzabile - spiega il docente - con un fabbisogno potenziale di decine di migliaia di mezzi». Per avere un termine di paragone, i veicoli elettrici più diffusi in Europa, i Porter della Piaggio, sono qualche migliaio. «L’azienda - continua Frattale Mascioli - che produrrebbe veicoli pubblici elettrici si troverebbe un mercato appetibile e molto più ampio di quello attuale». Anche per la Fiat, più volte al tavolo con il ministero dello Sviluppo economico, una soluzione potrebbe essere questa. «Con un piano industriale serio e l’acquisizione delle competenze che servono, Termini Imerese potrebbe essere riconvertito perché i numeri e il mercato ci sono», conclude Frattale Mascioli. Invece l’ad di Fiat, Sergio Marchionne, tuttora non ha idea di cosa produrre nello stabilimento siciliano per evitarne la chiusura.
 
Sul mercato statunitense il Lingotto lancerà la Fiat 500 elettrica, mentre in Europa sta puntando tutto sulle piccole utilitarie a bassa cilindrata, molto efficienti, ma tradizionali. Al massimo alimentati a metano. Inoltre mentre il motore a pistoni è alla portata solo delle grandi aziende, quello elettrico si può creare anche in un piccolo laboratorio. Salvando le piccole e medie imprese di cui è ricca l’Italia. «In città non c’è più bisogno di gasolio, metano o benzina - denuncia Tonino Pendenza, esperto di mobilità sostenibile - perché tutta la mobilità urbana può essere elettrica. Anche le auto aziendali, dato che percorrono al massimo 80 chilometri al giorno. Oppure l’utilitaria delle famiglie che spesso hanno due auto: una per la città e un’altra per viaggiare».
 
Perché con poche ore di ricarica, magari di notte che l’energia costa meno, si hanno 170 chilometri di autonomia.  

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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