Yemen, liberati 178 ostaggi
MEDIO ORIENTE. I ribelli del nord del Paese hanno liberato i civili e i soldati governativi che tenevano prigionieri. L’azione arriva un giorno dopo le accuse rivolte da Sana’a di non rispettare l’accordo di pace. Nella zona resta forte la presenza di al Qaeda.
Raggiungeranno Sana’a, finalmente liberi, i 178 prigionieri rilasciati ieri dai ribelli sciiti del nord dello Yemen, guidati dall’imam Abdel Malik al-Houthi. La situazione non fa che peggiorare nella repubblica yemenita, ma quantomeno la liberazione di più di cento prigionieri (soldati, civili, operatori umanitari) è per ora l’unico segno tangibile del cessate il fuoco dichiarato lo scorso 12 febbraio fra ribelli ed esercito. E Arabia Saudita. Perché se la guerra nello Yemen del nord, fra ribelli della minoranza zaidita (una setta vicina all’islam sciita) e governo (composto da sunniti e per questo accusato di discriminazione nei confronti del nord) da dieci mesi a questa parte si è complicata abbastanza da suscitare l’interessamento di Washington, inducendo Obama a pianificare nuovi interventi militari, è anche vero che nell’ombra c’è pure, e soprattutto, Riyadh.
La zona di Saada, estremo nord dello Yemen, a ridosso del confine saudita, suscita da sempre ben poco interesse; anni di guerriglia da parte dei ribelli di al-Houtu, partiti come movimento ribelle zaidita nel 2003 e trasformatisi di fatto in un clan armato che si autofinanzia con l’economia di guerra hanno reso la zona una terra di nessuno, dalla quale i profughi fuggono a migliaia e neanche la mezzaluna rossa osa più mettere piede. Niente petrolio, niente traffici, pochi contatti con il resto del paese, villaggi sprovvisti di tutto, hanno reso la zona di Saada un terreno ideale per “scaricarvi”, letteralmente tutte quelle cellule jihadiste stile al Qaeda tanto scomode in Arabia Saudita.
Il trasferimento, in questi anni, di centinaia di fanatici mujaheddin dal confine saudita allo Yemen del nord non ha incontrato la resistenza dell’esercito di Sana’a, dell’intelligence yemenita o dello stesso presidente Salah, (sulla poltrona da più di vent’anni). Ma ha creato problemi per la popolazione, considerate da al Qaeda come “eretica” e quindi da sterminare. Lo scambio di prigionieri di oggi non lascia dunque molte speranza; l’Arabia Saudita continuerà a considerare il Nord dello Yemen come la prigione a cielo aperto dei suoi jihadisti, e Sana’a continuerà a tollerare la situazione in cambio di aiuti economici e, occasionalmente, ondate migratorie dallo Yemen all’Arabia Saudita affinché la popolazione riesca a mantenersi.
Il cessate il fuoco del 12 febbraio si sta già rivelando un fallimento, perché col ritiro dell’esercito - previsto dagli accordi - i ribelli di al-Houti hanno riguadagnato postazioni, recuperando il dominio sui villaggi e su Saada, la capitale provinciale. Un dominio scomodo per la popolazione stessa, che in questi mesi ha più volte cercato di scacciare i ribelli, per ritrovarsi poi sotto il giogo dei jihadisti o dell’esercito yemenita. Non è ancora chiaro quale ruolo Obama voglia giocare in tutto questo, ma è chiaro che se il Nord destabilizza lo Yemen, lo Yemen destabilizza il Mar Rosso. E, quindi, il traffico petrolifero.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






