«Non è stato curato»
CASO CUCCHI. I periti nominati dalla Procura non hanno dubbi: «Il ragazzo è morto per la negligenza dei medici». Le lesioni recenti sono confermate ma, secondo i consulenti, «non hanno determinato il decesso».
Stefano Cucchi è morto perché «pur in condizioni cliniche estremamente difficili, non è stato curato». Stefano Cucchi, a soli 31 anni, è morto perché nel reparto penitenziario del Sandro Pertini dove è stato condotto «ci sono state omissione e negligenza».
Non ci sono dubbi ora che si sono pronunciati anche i periti della Procura di Roma sulla responsabilità dei sei medici che lo hanno avuto in carico. Se non è stata la disidratazione a causarne il decesso, la consulenza dei medici legali dell’università Sapienza di Roma ricalca le conclusioni documentate della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale che si è espressa sulla vicenda lo scorso 17 marzo.
Il direttore di Medicina legale, Paolo Arbarello, ha esposto ieri in una conferenza stampa i risultati dell’ultima autopsia, dopo aver consegnato ai due magistrati titolari dell’inchiesta, un fascicolo di quasi 150 pagine.
La perizia, inoltre, evidenzia il precario stato di salute del giovane geometra che, come ha sempre ripetuto la sorella Ilaria, «quando è stato arrestato stava benissimo». Un quadro clinico, ha riferito il professor Arbarello, che «all’ingresso all’ospedale Pertini era fortemente compromesso e non permetteva la degenza nel reparto detentivo. Cucchi avrebbe dovuto essere stato ricoverato in un reparto per acuti».
Non solo omissioni, dunque. Fortemente discutibili restano anche le scelte operate dal personale sanitario al punto da indurre il capo dell’equipe medica ad ammettere che «non sappiamo né perché sia stato deciso di portarlo al reparto penitenziario, né perché non siano state praticate terapie adeguate». Risultano anche confermate le lesioni “recenti” alla colonna vertebrale, così come al viso e alle gambe.
La relazione dei medici, però, è molto cauta sul punto: «Non ci sono prove - ha spiegato Arbarello - che si tratti della conseguenza di un pestaggio. Non ci sono segni di pugni o di un’aggressione diretta, anche se questo però non esclude l’ipotesi perché avrebbe potuto essere stato spinto tanto violentemente da provocare la frattura». La consulenza, sembra, non può spingersi oltre il dato scientifico anche se è arrivata a sostenere che «queste lesioni, comunque, non sono state la causa della morte».
La tesi che il decesso di Stefano Cucchi sia avvenuto per mancanza di cure appropriate, tuttavia, non affronta la questione del trattamento penitenziario che ha ricevuto. «La malasanità è un problema gravissimo - ha commentato il deputato Idv Stefano Pedica -, ma ancor più grave è che un ragazzo affidato alle forze dell’ordine venga restituito alla famiglia morto. Se non si scopre come mai Cucchi è arrivato al carcere di Regina Coeli fratturato e contuso, se non vengono fuori i nomi di chi ha ridotto Stefano in quel modo, forse è perché lo Stato ha paura di scoprire una verità troppo cruda».
La famiglia farà conoscere la propria posizione domani, in un incontro alla Camera dove i periti di parte illustreranno i propri accertamenti. «Non esiste il minimo dubbio - ha anticipato Luigi Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto che ha seguito dall’inizio la vicenda - sulle gravi, gravissime responsabilità dei medici. Così come non esistono perplessità su quelle di chi ha avuto in custodia Stefano in caserma, nelle celle del tribunale e in carcere».
Il rischio concreto è che l’accertamento delle responsabilità mediche sposti l’attenzione dalle ragioni “altre” che hanno agito alla base del ricovero. «Anche se le lesioni dolose non sono di per se’ mortali - ha dichiarato ieri il legale della famiglia, Fabio Anselmo - c’è una vasta giurisprudenza che ci dice che la sequenza causale non si interrompe». Perciò, ha concluso Manconi, «qualunque lettura che non tenga conto di tutti i fattori della vicenda per noi, per la famiglia, resta una lettura parziale».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







