Australia, petroliera arenata. Rischio disastro ambientale

Susan Dabbous
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INCIDENTE. Procedeva al massimo della velocità in uno degli ecosistemi più delicati e protetti del mondo. La chiatta, incagliata in una secca, trasporta 950 tonnellate di carburante. E ora potrebbe spezzarsi in due.

La Grande barriera corallina non è un’autostrada dove cercare scorciatoie. Gli ambientalisti australiani sono inferociti di fronte a quello che potrebbe essere il disastro ecologico più grave della storia del Pacifico.
 
La minaccia che incombe sulla Barriera corallina a largo dell’Australia orientale si chiama Shen Neng 1, è una chiatta cinese e porta con sé 950mila tonnellate di petrolio e 65mila di carbone. Da domenica scorsa è incagliata in una secca, a 70 chilometri a est della Great Keppel Island.
 
Dalle prime analisi delle squadre di soccorso australiane ad essere seriamente danneggiati sono il motore principale e il timone, ora l’imbarcazione rischia di spezzarsi in due parti e riversare il suo letale contenuto. Per limitare i danni, i soccorritori stanno versando dei dissolventi chimici sulla fuoriuscita di petrolio che fino a ieri si estendeva per circa tre chilometri e aveva una larghezza di 100 metri.
 
La vita di uno degli ecosistemi più importanti al mondo è appesa a un rimorchiatore che ha agganciato la nave nel disperato tentativo di darle stabilità vista l’esposizione ai venti forti.

 

La petroliera stava viaggiando alla massima velocità; a bordo non c’era un pilota esperto conoscitore di quelle acque, nessuno poteva accorgersi quindi che si stava navigando ben 15 chilometri oltre la linea consentita, profanando uno dei luoghi più importanti e delicati della Terra. O forse sì, magari il capitano stava cercando “una scorciatoia”, almeno è questo il sospetto di molti giornali australiani. Così nel giro di poche ore la Grande barriera corallina è passata da patrimonio dell’Unesco ad autostrada oceanica del carbone e del petrolio.
 
Non esistono al momento delle stime dei danni che la fuoriuscita del carico della nave potrebbe arrecare all’ecosistema delle barriera che si estende lungo un arco di poco più di duemila chilometri, al largo della costa nord-orientale del continente australiano. Si tratta inoltre di una delle postazioni più importanti delle ricerche scientifiche più avanzate in campo oceanografico sulla fauna marina. Gli ambientalisti sono sul piede di guerra: questo fragile mondo marino, a loro avviso, oggi rischia di rimanere in parte distrutto a causa della negligenza di chi fattura miliardi di dollari l’anno e rischia in questo caso “solo” 650mila dollari di multa. Difficile immaginare, infatti, che una tale somma possa danneggiare la società proprietaria del cargo, la China Ocean Shipping Group Company (Cosco Group), il più grande armatore cinese.
 
Il capitano della nave, invece, se la dovrebbe cavare sborsando 250.000 dollari. Eppure solo la settimana scorsa una storica sentenza emessa dalla Corte d’appello di Parigi, ha condannato la Total a risarcire con ben 200 milioni di euro le comunità locali, le Regioni e le associazioni ambientaliste che furono danneggiate nel 1999 da un altro storico disastro in mare, quello della chiatta Erika che si spezzò al largo delle coste bretoni riversando oltre 20mila tonnellate di greggio. Nella sentenza dei giudici francesi viene riconosciuto il danno ambientale, un concetto che va ben oltre il mero danno economico.
 
Una responsabilità quantificata in 200 milioni di euro e che comprende i danni a specie animali, come gli uccelli, che non hanno un valore commerciale sul mercato come i pesci o crostacei. Ora, attraverso le indagini che le autorità australiane hanno aperto ieri si dovrà innanzitutto capire perché la nave viaggiava in quelle acque iper protette. La portavoce del Green party, Larissa Waters, ha chiesto di rendere obbligatori i “marine pilot”, i piloti esperti della zona  in grado di indicare la rotta, via mare o via cielo (attraverso elicotteri) ai trasportatori di petroli, gas e carbone.
 
In altre parole la barriera corallina non dovrà mai più trasformarsi “per caso”  in un’autostrada del carbone «a causa della cecità di un governo troppo molle nel rilasciare concessioni alle grandi compagnie petrolifere». 

 

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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