Come risalire la china? Una prima ricognizione della discussione nella sinistra e nel centrosinistra

Aldo Garzia
sinistra2.jpg

POLITICA. Il risultato delle elezioni regionali brucia. Il Pd si dibatte nell’ennesima crisi mentre Prodi propone di dare tutto il potere ai segretari regionali e Bersani cerca di non perdere la bussola. Da Mussi e Vendola un appello a ricominciare daccapo, azzerando le divisioni. L’incognita dei Verdi e dei Radicali. E intanto Berlusconi potrebbe mettere tutti con le spalle al muro sulle riforme costituzionali. Fini farà il gesto clamoroso di rompere il Pdl?

Chissà che non abbia ragione proprio Fabio Mussi, che in una lettera aperta al Pd – pubblicata domenica scorsa su l’Unità – ha chiesto ai suoi ex compagni, abbandonati al loro destino mentre stavano per dare vita alla fusione Ds-Margherita, di azzerare quanto è stato fatto negli ultimi anni e di ricominciare daccapo tutti insieme a trovare idee e strade nuove per ricostruire la sinistra e il centrosinistra. Il problema però è che i partiti (e i gruppi dirigenti) hanno un istinto di sopravvivenza duro a morire. E poi la storia difficilmente torna indietro, come accade nei film dove si può giocare con presente, futuro e flashback
 
Il Pd, che dovrebbe essere il cuore e il polmone del centrosinistra, sembra uno spettro: è ormai chiaro che la sua fondazione affrettata ha fatto fallimento. Dal 14 ottobre 2007, data della nascita, ha cambiato tre segretari (Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani) e ha subito una serie di sconfitte che avrebbero mandato al tappeto perfino Cassius Clay: le elezioni politiche del 2008, le elezioni regionali in Sardegna e quelle europee di un anno fa, le elezioni regionali di tre settimane addietro, perfino i ballottaggi di sette giorni fa a Mantova, Comacchio, Lametia Terme, ecc. Due dei suoi cofondatori lo hanno nel frattempo abbandonato: prima Romano Prodi, poi Francesco Rutelli. Dal 2008 al 2010 il Pd ha inoltre perso 4 milioni di voti.
 
Oggi è un partito che viaggia intorno al 28 per cento, abbastanza al di sotto del 35 che era l’obiettivo iniziale. La debolezza di radici nei territori è messa in evidenza a ogni scadenza, insieme alla mancanza di unità di fronte alle scelte politiche di fondo. In più non ci sono riferimenti culturali saldi: il Pd non appartiene né alla famiglia del socialismo europeo, né a quella del cattolicesimo popolare (che poi non esiste perché del Partito popolare europeo fa parte perfino il Pdl). Le correnti hanno preso il sopravvento al centro e alla periferia. Ci sono gli ex Popolari di Quarta fase, i prodiani orfani di Prodi, i veltroniani di Area democratica, i dalemiani che appoggiano Bersani, i sostenitori di Ignazio Marino e finanche i liberal che si raggruppano intorno all’ex repubblicano Enzo Bianco.   
 
L’ombra del Professore
Il segretario Bersani ha tastato gli umori del Pd in vista della riunione di Direzione di ieri, la prima dopo il risultato delle elezioni regionali. Ha incontrato i segretari regionali e il Gruppo del partito al Senato (49 senatori, subito dopo il voto, gli avevano inviato una lettera in cui lo invitavano a “cambiare passo” nella conduzione del Pd). Bersani, nelle due riunioni, ha invitato il Pd ad avere «una reazione forte nei confronti di un esito elettorale che ha dimostrato una distanza molto forte tra i cittadini e la politica». Ma ha espresso un giudizio negativo sull’idea avanzata dall’ex premier Prodi di annullare le primarie per l’elezione del segretario e di riorganizzare il Pd su basi federative, affidando ai segretari regionali il compito di eleggere il leader e di gestire il partito.
 
Sulla questione del rapporto tra il Pd e le realtà territoriali, Bersani ha annunciato una modifica dello statuto per assicurare una quota delle direzioni regionali e provinciali ai rappresentanti dei circoli di base. Secondo le indiscrezioni sull’orientamento politico dei segretari regionali, la proposta di Prodi non raccoglierebbe adesioni neppure tra loro. Anzi, l’istinto di sopravvivenza che avvolge la politica in questi frangenti ha fatto sì che nei corridoi delle due riunioni di martedì scorso ci si domandasse come mai Prodi abbia lanciato quella proposta dal momento che non fa parte del Pd, di cui pure è stato presidente: non sarà mica l’avvisaglia - ha pensato qualcuno - di un ritorno in campo di colui che in due occasioni (1996 e 2006) è riuscito a battere Berlusconi?
 
Il segretario del Pd ha battuto pure il tasto della questione morale, chiedendo che gli iscritti pretendano «comportamenti sobri ed eticamente coerenti con l’adesione al Pd» da tutti gli eletti e i dirigenti (bruciano le dimissioni del sindaco di Bologna e dell’ex vicepresidente della Regione Puglia coinvolti in due scandali su cui indaga la magistratura). Il segretario ci ha tenuto a puntualizzare, rispondendo a Prodi: «Non si sta riaprendo il dibattito sulla forma partito ma tutte le vicende ci insegnano qualcosa e quindi faremo delle modifiche per dare più spazio ai territori. Questo però non è il centro della discussione perché noi dobbiamo parlare all’Italia». Sono Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, e Massimo Cacciari, ex segretario di Venezia, i soli a dirsi d’accordo con l’ex premier tornato a fare il professore. Chiamparino, con un articolo sul Messaggero, ha proposto un’analisi destinata a far discutere: «Abbiamo perso tre elezioni con tre segretari diversi. E sotto la loro guida, anche se forse per Bersani è troppo presto per dirlo, il Pd è stato bloccato da un meccanismo imperniato su gruppi e sottogruppi, che preesistevano al Pd e che ne hanno condizionato la vita». Da qui l’adesione alle idee di Prodi che vorrebbe ghigliottinare - in senso metaforico s’intende - il gruppo dirigente centrale.
 
Critici verso Prodi si sono detti invece alcuni autorevoli esponenti dell’ex Margherita, come Giuseppe Fioroni e Franco Marini. Marini, in particolare, nella riunione dei senatori del Pd, ha sostenuto che «sarebbe una follia il riassetto del partito». E ha aggiunto: «C’è chi pensa che Prodi abbia parlato almeno in buona fede ma io non apprezzo né lo spirito né la proposta. La crisi del partito non c’è ma dobbiamo discutere e decidere anche votando».  
 
L’area capeggiata dal senatore Ignazio Marino sembra invece più sensibile a una rimessa in discussione del progetto e della linea politica del Pd, come ha proposto Mussi. Goffredo Bettini, ad esempio, in una intervista al Riformista, ha sostenuto che ci sarebbe la necessità «di operare uno scarto temerario nella nostra pratica politica, chiamando davvero a condividere forza, potere, elaborazione, passione civile, milioni di democratici». Marino ha chiesto scelte chiare sui contenuti: «Sul lavoro che idea abbiamo? E sul testamento biologico, che la prossima settimana arriverà al voto alla Camera?». E sul tema delle riforme costituzionali è stato perentorio: «Io non credo al dialogo con la maggioranza sulle riforme e credo che l’idea di uno scambio tra Pdl e Lega di presidenzialismo con federalismo non sia accettabile mentre ci sono due milioni e 900 mila italiani indigenti. Non sono queste le riforme che servono al Paese».
 
Non stanno meglio del Pd le forze alla sua sinistra. Sinistra ecologia e libertà e la Federazione della sinistra (Prc, Pdci, Socialismo 2000), nel loro esordio elettorale da divorziati, si sono divisi più o meno un 3 per cento a testa. Nichi Vendola, con la sua vittoria in Puglia e con la schiena dritta tenuta nelle primarie che il Pd non avrebbe voluto in nome di un semplice avvicendamento alla guida della Regione, è ora l’unico leader di quest’area in grado di porre qualche condizione alla ricostruzione del centrosinistra e della sinistra. Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, candidato a governatore in Campania, non ha sfiorato il 2 per cento in quella regione.
 
Centristi allo sbando
Cosa accadrà nell’opposizione nelle prossime settimane? Vendola, Marino ed Emma Bonino sono le speranze di chi vorrebbe un nuovo centrosinistra laico e non moderato. A loro guardano in molti come possibili protagonisti del rinnovamento a cui potrebbero contribuire pure i Verdi che spingono per un rinnovato, a iniziare dai contenuti, centrosinistra. I Radicali, che per la prima volta guidavano nel Lazio con un loro candidato un’intera coalizione, devono però metabolizzare la sconfitta comune. Ci starebbero a far parte di una sinistra rinnovata e federata che punta a definire finalmente la propria fisionomia? Ce la farà ora Vendola a governare in Puglia, dove non sono sedati gli scandali e si aggirano molte vipere, e a svolgere nel contempo un ruolo nazionale? È coraggioso l’appello suo e di Mussi ad ammettere il fallimento delle minoritarie resistenze, che ha fatto da pendant negli ultimi anni alla crisi del Pd, per dare avvio a un nuovo inizio comune. Custodire il 3 per cento ottenuto da Sinistra ecologia e libertà non servirebbe in effetti a molto. Meglio gettare prestigio e idee - deve pensare Vendola - in un progetto collettivo per la cui realizzazione ci vorranno almeno tre anni (da qui alla fine della legislatura nel 2013). 
 
Il serbatoio potenziale di voti da recuperare resta infatti soprattutto a sinistra, non al centro: il 6 per cento di Sinistra ecologia e libertà più Federazione della sinistra, le sacche di astensionismo ormai oltre il livello di guardia (ammesso che ce ne sia uno), le liste promosse da Beppe Grillo (punte dell’8,3 per cento in Emilia Romagna e dell’oltre 3 per cento in Piemonte). E poi c’è quel 7-8 per cento di Antonio Di Pietro. Se il nuovo centrosinistra preferisse all’Idv il democristiano Pier Ferdinando Casini, potrebbe anche dare partita vinta agli avversari a tavolino.
 
È possibile che nel Pd si apra la discussione se rispolverare l’idea di una “partito autosufficiente” alla Veltroni, o se rimettere addirittura in discussione il partito così com’è, pensando a nuove forme federate con altri soggetti politici per renderlo meno tradizionale. L’idea lanciata da Vendola di un nuovo inizio comune assomiglia a quella di Marino, che ha guidato la terza mozione nel Congresso del Pd che ha eletto Bersani: bisogna riaprire sia il cantiere del centrosinistra sia quello della stessa forza politica che può esserne il centro. Non si vedono d’altronde altre strade all’orizzonte, almeno nell’immediato. L’ipotesi del Pd come forza centrista è già fallita. E sarebbe interessante sapere cosa ne pensa D’Alema, che ha lavorato nei mesi scorsi a un organico rapporto tra Pd e Udc propedeutico a una possibile  leadership di Casini sull’intero centrosinistra. 
 
I centristi - Casini, Rutelli - sono tra gli sconfitti principali delle elezioni regionali. Loro avevano previsto (sbagliando) la crisi imminente del berlusconismo, per questo lavoravano a un nuovo centro in grado di raccogliere i cocci dell’implosione del Pdl ma ora devono fare i conti con la cruda realtà dei numeri: l’Udc non va oltre il 5 per cento e la rutelliana Api (eccetto la Puglia) è scomparsa prima di nascere. Il vincitore delle regionali è Berlusconi, da un quindicennio protagonista della politica italiana tra lo stupore dei suoi omologhi europei e di metà dei suoi connazionali. Il governo che guida di nuovo dal 2008 non è stato penalizzato dalla crisi economica, dai racconti a luci rosse delle escort, da una serie di scandali e neppure dai tormentoni sulle leggi ad personam (lodo Alfano, legittimo impedimento). Se ci fossero alle porte elezioni politiche, Pdl e Lega - con alleati tutti i pezzi della destra estrema - tornerebbero a vincere senza eccessivi affanni. Il centrodestra ha espanso la sua presa elettorale, come dimostrano i successi in Piemonte, Lazio, Campania e Calabria. 
 
Le mosse finiane
Non resta che prendere atto che la fine del berlusconismo non è alle porte. Come tutti i cicli politici prima o poi dovrà pur finire (è accaduto anche a Napoleone, non solo a Craxi, di ritirarsi in esilio), ma il problema a cui applicarsi è che la maggioranza degli italiani si è abituata al berlusconismo e ai suoi valori. Anzi, gran parte di questa maggioranza, che fa vincere quasi tutte le elezioni a Berlusconi da quindici anni a questa parte, è stata plasmata a immagine e somiglianza del suo leader. E ora Lega e Pdl possono ambire a cambiare le istituzioni e la forma di governo, dopo aver mutato nel corso dell’ultimo quindicennio modi di essere e valori della maggioranza della comunità nazionale.
 
È assai probabile, non fosse altro che per la logica dei numeri e dei rapporti di forza, oltre che per mantenere in un angolo l’ipercritico Gianfranco Fini, che Lega e Pdl accelerino l’iter di federalismo fiscale e riforma della giustizia imboccando la via del semipresidenzialismo. L’Italia potrebbe sperimentare in tempi brevi il micidiale mix fatto di federalismo, separazione delle carriere dei giudici e presidenzialismo.
 
L’ipotesi che affiora, a questo punto, è che Bossi per dare il beneplacito del Carroccio al semipresidenzialismo (all’elezione diretta di un premier con maggiori poteri), chieda il varo accelerato del federalismo fiscale (di cui ancora si studiano le ripercussioni sul fragile tessuto economico e sociale del Paese) e la riforma del Senato per trasformarlo in Camera delle Regioni. Berlusconi, da parte sua, deve decidere se puntare all’elezione diretta del premier o del presidente della Repubblica. La seconda soluzione è quella che gli piace di più, quando pensa all’eclissi della sua esperienza politica: proiettarsi inquilino del Quirinale con il voto popolare gli fa gola e lo fa assomigliare al generale francese De Gaulle.  
 
L’improvvisazione con cui Berlusconi maneggia il capitolo riforme costituzionali è un pericolo in sé. Vorrebbe ridurre il numero dei parlamentari, riformare il Senato come piace alla Lega, istituire l’elezione diretta del capo (del governo o dello Stato) ma non ha voglia di porsi la questione degli equilibri democratici in un sistema istituzionale, che poi sono i pesi e i contrappesi tra i poteri. Vorrebbe, come ogni populista che si rispetti, che fosse solo lui stesso - e un domani la forza politica che ne erediterà il ruolo - a stabilire ciò che va fatto. In questo quadro post elezioni regionali, si complicano le possibili mosse di Fini. Non gli è piaciuto che dalle urne sia uscito rafforzato il link tra Pdl e Lega con un maggiore peso relativo del Carroccio. Il presidente della Camera ha infatti più volte manifestato malessere per l’eccessivo ruolo politico del Carroccio nelle scelte di governo del centrodestra, ruolo che si è accresciuto enormemente dopo il voto. Lo ha detto a brutto muso a Berlusconi che lo ha relegato in un cantuccio mentre trattava con la Lega e permetteva addirittura che il ministro Calderoli presentasse una bozza di riforme al Quirinale mentre lui - terza carica dello Stato e cofondatore del Pdl - non ne conosceva il contenuto e non era stato almeno consultato. 
 
L’ipotesi più accreditata, prima del faccia a faccia di giovedì scorso a Montecitorio, quando tra Fini e Berlusconi si è sfiorata la rottura definitiva, era che il presidente della Camera continuasse a differenziarsi su alcuni temi da Berlusconi (come il metodo con cui procedere alle riforme istituzionali che a suo dire non può escludere l’opposizione), evitando tuttavia di rompere la fune della sua appartenenza al Pdl. Ma quella stessa fune potrebbe ora spezzarsi d’improvviso provocando la caduta verso le elezioni anticipate, che Bossi evoca e che il premier minaccia per mettere con le spalle al muro Fini e quanti lo vorrebbero seguire nel disegno di formare gruppi parlamentari autonomi. Un bel paradosso: Camere sciolte dopo un successo elettorale del governo e in piena crisi economica? Non ci sono casi analoghi in giro per il mondo.
 
Scalfari e un tetro scenario 
Eugenio Scalfari, il patriarca del giornalismo democratico italiano, è più che allarmato. Nel suo editoriale di domenica scorsa, il fondatore di Repubblica ha denunciato ancora una volta il conflitto istituzionale tra Berlusconi e il presidente Giorgio Napolitano, complice un discorso del premier all’assemblea della Confindustria a Parma dove si criticavano le prerogative di controllo del Quirinale sulla promulgazione delle leggi (ultimo caso: la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori rimandata alle Camere dal capo dello Stato). 
 
Scalfari disegna un tetro scenario sul tema caldo delle riforme costituzionali di cui si vocifera nel centrodestra: “Mettono al vertice dello Stato un personaggio eletto da un plebiscito. Per cinque anni rinnovabili fino a dieci. Questo scontro si concluderà nel 2011, ma comincerà tra meno di un mese”. Poi aggiunge: “L’opposizione è divisa perché c’è ancora chi spera di prendere qualche voto in più tra tre anni attaccando fin d’ora Napolitano”. Il decano del giornalismo conclude: “Napolitano deve e vuole restare al di sopra delle parti perché quel capitale sarà il solo a poter far inclinare il piatto della bilancia dalla parte giusta e non da quella terribilmente sbagliata. Credo di sapere, anzi di prevedere che contro le sue intenzioni, sul ring a contrastare un vero e proprio golpe bianco ci sarà lui. Il presidente rivestirà quel ruolo, non in veste di giocatore ma in veste di arbitro di fronte a chi contesta gli arbitri, i soli che possano richiamarlo a rispettare le regole del gioco. Credo di sapere e di prevedere che sarà una durissima battaglia per la democrazia italiana”.
 
Scalfari è giustamente inquieto per una previsione che è bene tenere a mente: se la destra farà sul serio sulle riforme costituzionali, finirà per mettere l’opposizione con le spalle al muro. Il Pd, in particolare, sarà costretto o a dialogare con la maggioranza (contando sul solo ruolo mediatore di Fini) per definire un progetto comune trasversale da votare tutti insieme (con la prevedibile eccezione dell’Italia dei valori) o ad affilare le unghie in vista - prima del 2013 - di referendum abrogativi o confermativi (per altro senza quorum) delle stesse riforme, che in caso di distinguo da parte dell’opposizione si tramuterebbero in plebisciti di fatto. Berlusconi, infatti, potrebbe trasformarli in un unico quesito: o con me o contro di me. E, dati i numeri delle elezioni regionali, potrebbe di nuovo vincere.
 
L’articolo 138 della Carta costituzionale, quello che regola le modifiche costituzionali, recita così: “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi… Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. Si esclude l’ipotesi referendaria solo “se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”. In quest’ultima clausola c’è la spada di Damocle che punge il collo dell’opposizione e che però Fini potrebbe fermare con un gesto clamoroso di rottura del Pdl costringendo a prendere tempo a tutti i protagonisti dello scenario che denuncia Scalfari.
 
Bisogna perciò fare in fretta a ricostruire la sinistra e il centrosinistra. La situazione può precipitare verso l’abisso e i duellanti rischiano di restare Fini e Berlusconi (quest’ultimo spalleggiato da Bossi) con una sinistra afasica o spettatrice. Dire che siamo a un passaggio delicato della storia dell’Italia repubblicana è un eufemismo.  

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31