Gli italiani sono confusi
ANALISI. In un sistema informativo largamente caratterizzato da un approccio episodico e superficiale la visibilità - dunque la conoscibilità - delle tematiche ambientali risulta gravemente compromessa.
ll rapporto degli italiani con le tematiche ambientali è approssimativo e limitato. Le “parole verdi”, del resto, sono poco presenti nell’agenda della politica e dei media: la prima, orientata verso la compilazione delle proprie priorità in base alla capacità di aggregazione del consenso, guarda più o meno sinceramente altrove; i secondi oppongono ai temi della sostenibilità e della tutela del pianeta una quasi completa impermeabilità.
Lo scenario non cambia anche quando il dibattito politico si concentra su argomenti cruciali per la questione ambientale, come ad esempio quello del nucleare. Anche su questo tema si manifesta un diffuso livello di disinformazione, frutto di lacune pregresse e, nel presente, di un approccio argomentativo estremamente ristretto. Il risultato è una posizione dell’opinione pubblica dal profilo ambiguo e talvolta contraddittorio, in cui la separazione manichea tra fazioni sembra essere più il risultato del cedimento alla scorciatoia della semplificazione che non l’affermazione di un solido e strutturato convincimento.
Il sì alla costruzione di nuove centrali nucleari, giudicate sicure - ma non abbastanza da accettarne la presenza nella propria regione – si affianca allora all’individuazione delle fonti “pulite”come soluzione primaria per risolvere il gap energetico con l’estero. Su queste stesse fonti, del resto, prevale il mistero: l’automatismo del richiamo al solare, quasi senza alternative, suggerisce l’adesione ad un’opzione dal valore principalmente simbolico, riflesso inevitabile della scarsa mediatizzazione del tema delle bioenergie. Analogo discorso si potrebbe fare sui costi e i benefici economici connessi alle diverse opzioni sul tavolo, capitolo che mostra una confusione generalizzata.
In un sistema informativo caratterizzato da un approccio episodico e superficiale la visibilità - dunque la conoscibilità - delle tematiche ambientali risulta gravemente compromessa. E l’articolazione delle opinioni finisce col plasmarsi sui dati limitati, ma talvolta incontrovertibili, dell’esperienza diretta.
Ciò che emerge è allora un tessuto di problematiche strettamente correlate alla quotidianità e al proprio personale rapporto con l’ambiente, come nel caso della qualità dell’aria. La maggioranza degli italiani giudica l’inquinamento una vera e propria emergenza, anche sanitaria, e invoca un intervento teso a limitare innanzitutto la circolazione degli autoveicoli nelle città.
In una dimensione del dibattito così angusta è difficile tuttavia andare oltre, discostandosi da una percezione puramente epidermica. Alla sensazione di un rapporto insoddisfacente con l’ambiente in cui si vive non si accompagna un’ adeguata capacità di elaborazione e proposta, prerogativa esclusiva di un pubblico autenticamente informato e consapevole.
E così anche la macrotematica della salute del pianeta, una sorta di contenitore delle numerose inquietudini che a livello molecolare attraversano la coscienza dei cittadini, si esaurisce nella percezione di una vaga, quasi archetipica minaccia.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






