Il governo ha fatto buca
LEGGI. Il ddl che facilita la costruzione di impianti golfistici sul territorio è da ieri realtà. Con la scusa del rilancio turistico, si permettono operazioni immobiliari e possibili speculazioni. Anche nelle aree protette.
Leggi ad personam, sgravi fiscali per i più ricchi e compiacenze varie. Il più frequente refrain che punta il dito sulla classe politica oggi al potere la dipinge come elitaria, sull’attenti di fronte agli interessi di pochi fortunati e di un pugno di fortunatissimi, di fatto distante dalle esigenze della collettività e dai bisogni comuni. Volendo buttare là qualche metafora: se il governo fosse una macchina sarebbe una Rolls, se fosse una bevanda sarebbe champagne, se fosse uno sport sarebbe il golf. Ma la fantasia qui sta a zero.
Ieri è stato infatti approvato il ddl proposto dal ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla per promuovere il gioco e aumentarne la competitività e le sue attrattive turistiche, inserendo disposizioni nazionali fino ad ora assenti al riguardo. In sostanza, si introducono regole e facilitazioni per i costruttori privati che intendono edificare un impianto (rispettando norme di tutela ambientale, culturale e paesaggistica), anche in porzioni di territorio dove esiste il vincolo di edificabilità (più della metà della penisola): cioè aree di tutela indiretta, aree naturali protette e quelle ricomprese nei piani di bacino idrografico.
Detto della natura elitaria dello sport, vale la pena ricordare i metri quadrati che potrebbe eventualmente togliere a un qualsiasi ipotetico parco giochi pubblico o a una riserva naturale: fa letteratura la condanna inflitta a Paolo Berlusconi l’anno scorso per l’«irreversibile modifica dell’intero patrimonio idrogeofaunistico» causata dal suo Golf Club a Tolcinasco. Ma il fenomeno è realmente impattante per altri motivi, che forse nemmeno Tiger Woods sospetta: il legame intrinseco di tutti i percorsi golfistici con operazioni immobiliari, spesso interessate a successive speculazioni edilizie.
Una pratica diffusa praticamente ovunque e osteggiata apertamente dalla rete internazionale Anti Golf, un movimento globale nato in Asia negli anni ‘90, che ha fatto della lotta al modello golfistico una ragion di vita: azioni dimostrative e petizioni contro spreco di risorse, uso di pesticidi e cementificazione selvaggia. Evenienze all’ordine del giorno, da ieri facilitatissime nel nostro Paese. Ambientalisti (e non solo) hanno le idee chiare al riguardo. Ieri è stato un inseguirsi di dichiarazioni apertamente contrarie al ddl appena approvato. Aspra la posizione di Legambiente, per bocca del vicepresidente Sebastiano Venneri: «Ma quale incentivo al turismo?
Questo disegno di legge nasconde solo nuovi metri cubi di cemento da edificare per giunta nelle aree di pregio del Paese. Chiediamo ai veri amici del golf di dire no ad una normativa che presta il fianco alla libera edificazione di nuove cubature con elevati impatti paesaggistici sul territorio». Stesse perplessità da parte del responsabile Pd per la Green Economy, Ermete Realacci: «La costruzione dei campi non può certo avvenire all’interno di parchi e deve tener conto degli equilibri ambientali e paesaggistici. Il golf non può essere inteso come un cavallo di Troia per dare il via libera a nuove colate di cemento».
Il rischio che lo sport green per antonomasia si presti ad altri fini, poco verdi, è alto. E sarebbe davvero il peggior modo di venir meno al fair play.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






