Il tedesco e il buco nella diga
GRECIA. Chi spinge, a livello istituzionale, politico o mediatico verso l’inevitabile fallimento del governo di Atene fa più o meno il lavoro dei sabotatori che vanno nottetempo a fare buchi nelle dighe.
A qualcuno comincerà ad apparire bizzarra l’attenzione con cui Terra segue la crisi del debito greco. Il motivo è presto detto: chi spinge, a livello istituzionale, politico o mediatico verso l’inevitabile fallimento del governo di Atene fa più o meno il lavoro dei sabotatori che vanno nottetempo a fare buchi nelle dighe. Basta un foro, anche piccolo. La pressione dell’acqua fa il resto, e la diga si sfascia. Ad allargare la falla nella diga Europa, ieri, ci s’è messo pure il leader liberale, ministro degli esteri tedesco, Guido Westerwelle. La sua opposizione al pacchetto di aiuti per la Grecia ha gettato i mercati nella disperazione, causando una nuova ondata di speculazione contro i bond di Atene.
La lezioncina che il ministro ha impartito ai media («la Grecia deve prima fare i suoi compiti ») rivela o una scarsa conoscenza del problema, o un approccio tutto ideologico alla gestione degli affari europei o un cinismo senza precedenti. Sarebbe problema di “conoscenza” se Westerwelle non sapesse che la Grecia i compiti li sta facendo eccome. A dimostrarlo ci sono i cittadini ellenici in piazza ogni giorno, a protestare contro le pesanti misure di austerità fiscale che li colpiranno. O se non sapesse che il default greco colpirebbe in primo luogo le banche tedesche, convinte accaparratrici di titoli (sono 43 i miliardi di euro “dichiarati” nei bilanci).
Difficile immaginare che il ministro non conosca questi fatti. Potrebbe invece essere un approccio tutto ideologico e rigorista al tema degli aiuti e delle regole comunitarie. Ma essendo stata la Germania tra le prime a violare i parametri di Maastricht sarebbe certo strano che proprio i tedeschi decidessero di crocifiggere lo staterello mediterraneo in piena recessione. A meno che Guido il liberista non abbia intenzione di unirsi alle forze, sempre più “vocali”, che vogliono affossare l’euro. È noto ai più che se i mercati l’avessero vinta sulla Grecia, spingendola a un default o anche solo a una ristrutturazione del debito (che poi è la stessa cosa), non potrebbero che, pieni ma mai sazi di profitti, concentrarsi sulla prossima vittima: il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda, persino l’Italia forse.
I fondi a disposizione sui mercati sono di gran lunga superiori a quelli di tutte le banche centrali messe insieme. Non c’è autorità monetaria che regga a una ondata speculativa concertata. Solo le regole costituiscono un argine sostenibile. Finora la regola era che una volta entrati nell’euro ci si rimaneva. In presenza di problemi la risposta sarebbe stata comunitaria. Oggi, alla prima vera prova, bisognerebbe almeno bloccare i sabotatori, consapevoli o no.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






