Il veleno e una donna
MEMORIA. Margareth Moth è l’ultima vittima dell’uranio impoverito. Una fotoreporter di lunga data della Cnn. Dal Golfo, dalla Serbia, dall’Iraq raccontava, anche a costo della propria vita, le guerre che detestava.
Ci sono persone per le quali non potresti immaginare un’altra vita, se non quella che hanno vissuto. Margaret è una di loro. Dopo essere sopravvissuta alle rivolte seguite all’assassinio di Indira Gandhi, alla Guerra del Golfo, alla guerra civile di Tbilisi in Georgia, alle guerre in Sarajevo, Bosnia e Afghanistan, Margaret Moth muore di cancro il 21 marzo di quest’anno a 59 anni.
Ancora una volta, ad uccidere non sono state le bombe, ma quello che un reporter inviato in zona di guerra non può prevedere: un nemico invisibile, l’uranio impoverito. Nata a Gisborne, Nuova Zelanda, Margaret Wilson cambiò il suo nome in Margaret Moth, in omaggio alla sua passione per il biplano Tiger Moth. All’età di 8 anni aveva già la sua macchina fotografica. Donna dall’immagine forte: occhi chiari marcati dall’eyeliner nero, un viso incorniciato da lunghi capelli neri, vestiti scuri e stivali da combattimento.
Donna senza paura, era il tipo che non solo usava la telecamera in situazioni di pericolo, ma l’aveva tenuta in azione a Sarajevo nel 1992 puntando lo zoom su un soldato che le sparava in faccia. Era sopravvissuta ed era tornata al lavoro appena fisicamente in grado di farlo. Gli interventi multipli di chirurgia ricostruttiva che seguirono, nonché l’epatite C contratta da una trasfusione di sangue conseguente, non le furono di ostacolo per il suo lavoro. Un proiettile cecchino serbo che la colpì mentre percorreva il “viale dei cecchini” a Sarajevo le aveva distrutto la mandibola e fatto saltare i denti, mozzandole parte della lingua.
All’ex corrispondente della Cnn Stefano Kotsonis che era con lei in quella occasione disse: «Non biasimo nessuno per avermi colpita. Loro sono in guerra ed io sono entrata nella loro guerra». Quando sei mesi dopo tornò a Sarajevo per continuare il suo lavoro, con i colleghi della Cnn scherzò: «Sono tornata qui a cercare i miei denti». Diceva che non aveva mai aspirato ad essere una fotoreporter, ma si sentiva comunque fortunata a fare quel lavoro. Nel suo cammino, è stata per lo più guidata dall’amore per la Storia e il desiderio di essere testimone della Storia in prima persona.
Tre anni dopo la diagnosi di cancro al colon, il suo cammino di vita straordinaria è giunto al termine il 21 marzo scorso. «Mi sarebbe piaciuto uscire dalla vita con un po’ più di talento», ha detto parlando della sua malattia qualche mese fa. E immagino pensasse a una morte spettacolare, come saltare su una bomba o morire dentro una di quelle guerre che aveva raccontato con la sua telecamera. Come un attore sul palcoscenico.
«Lo stile di vita che Margaret scelse - ricorda oggi Christiane Amanpour, capo corrispondente internazionale della Cnn - non le ha lasciato spazio per una famiglia, per dei bambini, ma lei li ha amati ovunque andasse nel mondo». E il suo amore per gli animali era così profondo che in Giordania, rifiutò di essere trasportata da un carro tirato da cavalli, preferendo correre con attrezzature pesanti nel caldo del deserto.
La storia di Margaret Moth onora tutti quelli che ogni giorno raccontano la guerra. Credo non ci sia nulla di più potente e sovversivo, per manifestare il proprio dissenso alla guerra, che andare dove si combatte quella guerra e documentarne, a costo anche della vita, tutta la disumanità e la follia.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







