Kamikaze ancora in azione. Dopo Mosca, colpita Kizliar
RUSSIA. Doppia esplosione nella città del Daghestan, a pochi chilometri dal confine con la Cecenia. Dodici i morti, tra cui il capo della polizia locale. Il governo si prepara a inviare nel Caucaso del nord i “treni da guerra”.
Altre due bombe, questa volta a Kizliar, nella repubblica di Daghestan, collegabili probabilmente con gli attentati di lunedì mattina nella metropolitana di Mosca. Dodici i morti, ventitré i feriti; ma il bilancio è parziale e ancora impreciso: i servizi di sicurezza hanno dapprima diffuso una nota nella quale identificavano le vittime in due poliziotti. Successivamente Rashid Nurgalev, il ministro degli Esteri russo, ha riferito dinamica e dettagli.
Alle ore 8:42 locali un’automobile Niva ha forzato un posto di blocco, atteso che due poliziotti si avvicinassero per poi farsi esplodere uccidendo gli agenti e una donna. Nurgalev ha ipotizzato che la destinazione del veicolo fosse un’altra, e che l’intervento degli agenti abbia modificato le intenzioni dell’attentatore. A poche centinaia di metri dallo scoppio infatti c’è una scuola, poco più lontano la sede della polizia e soprattutto l’edificio dello Fsb, i servizi segreti russi.
Subito sul posto sono intervenuti i mezzi di soccorso, qualche curioso, e gli investigatori. Fra questi ultimi si nascondeva però un altro kamikaze, vestito da poliziotto, che dopo circa venti minuti dalla prima bomba si è fatto esplodere. Nella seconda detonazione sono morti almeno altri cinque funzionari di polizia, tra i quali Vitali Vedernikov, il capo della polizia del distretto. Kizliar, poco più di duecento chilometri a nord della capitale Machackala e prossima ai confini ceceni, non è teatro nuovo a episodi analoghi.
Nel gennaio del 1996 circa duecento separatisti provenienti dalla vicina Grozny, guidati da Salman Raduiev, irruppero in una base aerea uccidendo trentatré soldati che vi prestavano servizio, e trovando rifugio in una struttura ospedaliera del vicino paese di Piervomaiskoie. L’incursione ebbe termine con una confusa controffensiva delle truppe russe, che rase al suolo la piccola città con gravissime perdite fra la popolazione civile e non impedì comunque alla maggior parte dei guerriglieri di scappare. Allora nel Cremlino sedeva Boris Eltsin.
Oggi è Dmitri Medvedev a doversi confrontare con la realtà del terrorismo caucasico, dopo che per anni il suo predecessore Vladimir Putin aveva usato i metodi forti contro le pretese di indipendenza da Mosca. Il presidente ieri ha chiesto di rafforzare la sicurezza nei luoghi pubblici e militari di tutto il Daghestan, oggi la zona più turbolenta del nord del Caucaso insieme con l’Inguscezia, e inviato in queste due repubbliche decine di reparti speciali che si muovono su rotaie, forniti di cannoni, mitragliatrici e mezzi corazzati.
Una soluzione messa in atto nei lontani anni della rivoluzione e più recentemente nella metà degli anni novanta, durante la prima guerra cecena. Ed è a quegli anni che la popolazione di Kizliar, una volta nota come la città del cognac, guarda con preoccupazione.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







