L’industria e l’ecomafia. Fronteggiare l’emergenza
INTERVENTO. Il 2008 è l’anno record per le 25 inchieste sul traffico di rifiuti pericolosi, con un fatturato
che supera i 7 miliardi di euro. Soldi accumulati avvelenando l’ambiente, i cittadini e frodando lo Stato
Secondo l’ultimo rapporto Ecomafia a cura di Legambiente sono 25.776 ecoreati accertati, quasi 71 al giorno, 3 ogni ora. Circa metà dei quali (più del 48%) si è consumato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia), il resto si spalma democraticamente su tutto il territorio nazionale. Il 2008 è l’anno dei record per le inchieste contro i trafficanti di rifiuti pericolosi, ben 25, con un fatturato che supera i 7 miliardi di euro. Tutti soldi accumulati avvelenando l’ambiente e i cittadini e frodando lo Stato. Anche il 2009 non è stato un anno felice: le vicende legate alla cosiddetta vicenda delle “navi a perdere” è ritornata di grande interesse.
Servizi segreti, traffici di armi, traffici di rifiuti radioattivi, faccendieri fanno da sfondo a un periodo della nostra storia che si dipana attorno alla fine degli anni 80 – inizio anni 90, sicuramente tra i più misteriosi e inquietanti della storia d’Italia del dopoguerra. Ben tre Commissioni bicamerali hanno cercato e stanno cercando di avere risposte certe ad alcuni quesiti fondamentali: molti indizi, molte suggestioni, poche prove certe. Una situazione nazionale che vede una produzione di rifiuti urbani che non tende a calare, un sistema di gestione industriale che non si sviluppa, un’Italia a tre velocità dove purtroppo al sud non si va oltre il 10% di raccolta differenziata, anzi in alcuni casi, vedi la Sicilia, addirittura non si raggiunge il 5%. Il 31 dicembre 2009 è terminata ufficialmente l’emergenza campana, anche se l’emergenza non è risolta.
Rimangono molteplici questioni aperte: dai 6 milioni di tonnellate circa di ecoballe che rimangono dove sono, alla mancata costruzione di tre degli impianti di incenerimento previsti dai decreti e non realizzati, a una raccolta differenziata che più che a risolvere problemi rischia di diventare un altro business per il malaffare. Cosa dire poi dei Consorzi misti o pubblici per la raccolta dell’immondizia che nel casertano e nel napoletano sono infarciti di personale inadeguato e in numero assolutamente sproporzionato alle esigenze territoriali? Società che hanno bilanci improbabili, che hanno fatto della provvisorietà un elemento di certezza, quella di depauperare il bene e le risorse pubbliche. A questo si aggiunga la situazione calabrese, che di fatto è ben lungi dall’essere risolta. Impianti non a norma, società miste di gestione come Vallecrati di Cosenza fallite. Inceneritori che non vengono costruiti e assenza di raccolta differenziata.
Impianti costruiti a metà e lasciati a marcire, depuratori insufficienti o più spesso installati e non collegati, aree da bonificare come la Pertusola di Crotone che costituiscono una seria minaccia ambientale e per la salute. Infiltrazioni della malavita più o meno organizzata a tutti i livelli e amministratori locali spesso collusi, se non protagonisti di tale sfacelo ambientale e gestionale. La situazione siciliana. La grave situazione di carattere ambientale e sanitario che si è determinata a Palermo e Catania, ma anche nelle altre provincie siciliane, ha creato una situazione drammatica che deriva da un piano dei rifiuti regionale e un assetto organizzativo per la gestione completamente sbagliato. Un progetto che ha visto nella costituzione dei 27 Ato (ambiti territoriali ottimali) il fulcro del dissesto finanziario condito da un fallimento totale nella costruzione dei 4 inceneritori e della raccolta differenziata.
In questa situazione di sfascio, in numerosi casi così, come accertato dal lavoro della Commissione bicamerale sulle ecomafie, si è inserita la mafia determinando situazioni di palese illegalità. A questo si aggiunga la situazione dell’azienda comunale Amia di Palermo, di cui una parte di amministratori sono oggetto di inchieste giudiziarie. Anche il Lazio sta attraversando un momento complicato nella sua programmazione e nell’attuazione di un piano commissariale dei rifiuti che ha obiettivi ambiziosi e forse poco raggiungibili. Numerose le inchieste giudiziarie in corso riguardo la gestione di impianti importanti come quello di Colleferro. Così come la Lombardia, dove sul tema delle bonifiche dei siti contaminati è stata aperta un imponente inchiesta giudiziaria a carico di amministratori regionali di primo piano. In realtà l’emergenza rifiuti, invece che risolversi in Campania, si sta allargando ad altre importanti regioni. Sul tema delle bonifiche siamo ancora sostanzialmente al palo. Oltre 50 i siti di interesse nazionale, tanti soldi spesi per studi, indagini analisi ma quasi nessun sito bonificato.
Con una preoccupazione in più dovuta al fatto che attorno al business delle bonifiche si sviluppi un mercato illegale che vede protagonisti gli stessi soggetti che hanno concorso ad inquinare. E con grandi aziende importanti come Eni che, pur favorite dalla semplificazione delle norme relative al danno ambientale, non iniziano le attività di bonifica. A fronte di tutti questi problemi ci si domanda se sono stati messi in campo tutti gli strumenti legislativi e gestionali per cercare di risolvere una situazione che caratterizza fortemente in negativo il nostro Paese. Sicuramente il recepimento della direttiva europea che prevede l’introduzione nell’ambito penale dei delitti ambientali, l’introduzione della tracciabilità dei rifiuti (sistema SISTRI, per quanto tutto da sperimentare), lo stesso recepimento recente della Direttiva europea rifiuti possono aiutare ad affrontare meglio gli aspetti illegali connessi alla gestione integrata dei rifiuti, ma purtroppo sono poca cosa rispetto a ciò che sarebbe necessario.
Tante proposte sono state fatte anche dalle bicamerali precedenti, ma purtroppo rimaste inascoltate: dalla necessità di un maggior coordinamento fra le procure ordinarie e la Dda, a un maggior coordinamento tra le forze di polizia giudiziaria, a un potenziamento dei controlli preventivi attraverso un rafforzamento delle Agenzie ambientali regionali e di quella nazionale per citarne alcune. Invece il rischio è che l’attuale governo, attraverso provvedimenti legislativi, vanifichi i pochi successi ottenuti nella lotta contro i traffici illeciti. Si pensi ad esempio al tema delle intercettazioni telefoniche, che se impedite anche per reati minori danno un colpo ferale alle indagini e alla capacità investigativa da parte dei soggetti preposti. Su questo ci aspettiamo delle rassicurazioni dal Ministro Alfano O al provvedimento che il governo ha indirizzato di circa 100 mila euro complessivamente per risolvere la bancarotta del Comune di Palermo e dell’azienda oggi in fallimento che si occupa di raccolta e trattamento rifiuti.
Inoltre ritengo che il Ministro dell’Ambiente non abbia adempiuto al dettato del codice ambientale che prevede un’attività di indirizzo e di coordinamento in tema di gestione integrata del ciclo di rifiuti. Si continua a far riferimento ad un piano nazionale degli inceneritori ma in realtà si dovrebbe pensare ad un piano nazionale per la gestione dei rifiuti. Forse sarebbe anche il caso di rivedere la normativa riguardo ai rifiuti speciali che oggi, lasciati a libero mercato come si evince dai dati, costituiscono non una risorsa ma un problema. Attendavamo con interesse la possibilità di lavorare insieme con la maggioranza per la revisione del Codice ambientale nelle Commissioni competenti ma purtroppo il Ministro non ha ritenuto affrontare questa discussione nelle commissioni competenti e quindi non sappiamo quali siano stati i principi ispiratori di questa complessa operazione che dovrebbe dare i suoi esiti il mese prossimo.
Quindi una situazione difficile, che necessiterebbe di risorse e strumenti del tutto straordinari attraverso un coinvolgimento delle tante realtà sane e importanti presenti nel nostro Paese, che potrebbero dare un contributo determinante per risolvere una volta per tutte l’emergenza dei rifiuti in Italia. Non mancano gli esempi virtuosi e credo che in Emilia Romagna ma anche nel Veneto ve ne siano tanti, così come ci sono ampie possibilità di costruire attorno al tema dei rifiuti un vero sistema industriale moderno. La domanda che ci si pone, verificando quello che succede tutti i giorni, è se veramente vi sia l’intenzione di portare a ordinarietà la gestione dei rifiuti o se troppi e incontrollati sono ancora gli interessi che ruotano attorno a un mercato parallelo e che impediscono di fare dell’Italia un Paese normale.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







